lunedì, luglio 06, 2009

Blackbird singing in the dead of night
Take these broken wings and learn to fly
All your life
You were only waiting for this moment to arise
Black bird singing in the dead of night
Take these sunken eyes and learn to see
all your life
you were only waiting for this moment to be free
Blackbird fly,
Blackbird fly
Into the light of the dark black night.

Blackbird fly,
Blackbird fly
Into the light of the dark black night.

Blackbird singing in the dead of night
Take these broken wings and learn to fly
All your life
You were only waiting for this moment to arise,
You were only waiting for this moment to arise
You were only waiting for this moment to arise...

venerdì, luglio 03, 2009

L'Honduras nell'era dell'informazione di massa

L’Honduras ogni tanto rientra nella mia vita, nei modi più impensati. Una lettera o una foto trovata in un armadio dopo l'ennesimo trasloco, l'insofferenza per le scelte di marketing del famoso reality, il ricordo vago di un frutto, la mail di un amico. Ma l'ultima cosa a cui avrei mai pensato era un colpo di stato.
Sottolineo il termine e sottolineo il fatto che prima di usarlo ci ho pensato. Mi sono documentata. Mi sono fatta un'opinione, che non deve quasi nulla - se non nelle sue sfumature più ciniche - alla stimatissima stampa nazionale. Ammetto di avere la fortuna dell'osservatore privilegiato, quello che ha vissuto abbastanza nel teatro dei fatti da poter contare su una buona memoria e su una rete di amicizie pronte a fotografare la realtà. Ma proprio per questo riesco ad aprire gli occhi sull'imprecisione, mancanza di senso critico e assenza di approfondimento con cui vengono confezionate le notizie oggigiorno. E mi limito solo alla stampa nazionale. Partiamo dal principio, la stampa italiana riporta la notizia: la Corte Suprema di Tegucigalpa ha ordinato ai militari di agire, deponendo il Presidente Honduregno Miguel Zelaya, poiché quest’ultimo aveva tentato di "violare la legge facendo votare un referendum per autorizzare la sua elezione". Scendiamo nei dettagli: il Sole 24 Ore parla di "arresto", riferendosi a quello che di fatto è stato un sequestro di persona ad opera delle Forze Armate, su incarico della Corte Suprema. (Sarò pignola?) Poi poco più avanti, in chiusura, sempre lo stesso autorevole quotidiano cita come unica fonte La Prensa, quotidiano hondureno che - come la maggior parte dei giornali locali - non brilla certo per obiettività. Passiamo a La Repubblica, che fin dall’occhiello del suo articolo fa prontamente capire di avere gli stessi informatori del Sole24Ore, quando scrive “Zelaya arrestato e trasferito in Costa Rica. Voleva riformare la Costituzione per essere rieletto”. Per non parlare di Studio Aperto (…) che ha mandato in onda un servizio nel quale i compatrioti bergamaschi di Micheletti - di origini apunto bergamasche – gli inviavano i migliori auguri per il “nuovo incarico presidenziale”.
L’Honduras lo conoscono in pochi – 7 milioni di abitanti, povertà e violenza, caffè e banane, non ne fanno la meta più ambita del turismo mondiale – e capisco che tenere un corrispondente sul posto, in un momento in cui i fatti Iraniani (solo per citarne una) stanno mettendo a rischio il delicato equilibrio mediorientale, possa rappresentare per molta stampa un costo inutile. Ma possibile che nessun quotidiano si sia preso la briga di verificare quelle “due o tre verità che contano”? Come l’Iran ci ha già insegnato – e come sarà sempre più preponderante in futuro? – le versioni meno facili, meno precotte, meno edulcorate dai passaparola delle agenzie di stampa ufficiali, sono quelle che arrivano via facebook, twitter, o per e-mail da quei pochi amici o amici di amici che per scelta o per nascita sono ancora sul posto, a raccontare, dei fatti, un’altra versione. Il contraddittorio, si dice, è la base della giustizia, a maggior ragione quando l’imputato è la stessa democrazia.
Bene, il popolo della rete questo racconta: la quarta urna voluta da Zelaya per il referendum popolare non avrebbe avuto l’effetto di “permettergli di candidarsi per un secondo mandato”, ma quello di consultare la popolazione sulla possibilità di una riforma costituzionale, più complessa e articolata della sola rielezione su cui si è concentrata tutta la stampa italiana. Anche se il referendum fosse andato in porto, la riforma della Costituzione non sarebbe stata avviata prima del 2010, cioè con già un nuovo presidente in carica (le elezioni sono previste per novembre 2009). L’anomalia che si voleva riformare – eredità della repressione militare degli anni 80, quando il paese veniva utilizzato dagli USA come base di appoggio per le operazioni antiguerriglia nei paesi limitrofi - è una anomalia istituzionale che vive della sostanziale assenza di separazione dei poteri, in uno stato dove il Legislativo (Congresso Nazionale della Repubblica) si sovrappone all’Esecutivo nella gestione di gran parte del budget nazionale, senza che ci sia nessuna istituzione che ne controlli l’operato. Da qui l’alto livello di corruzzione che affligge da sempre il paese e che impedisce qualsiasi speranza di uno sviluppo diffuso. E il terzo potere? In Honduras i giudici sono nominati dal Congresso Nazionale. Il Potere Legislativo fa le veci del Potere Esecutivo su ampia quota della finanziaria locale e nomina il Potere Giudiziario. Che effetto avrebbe su questo schizzofrenico equilibrio istituzionale una riforma volta a porre le basi per la modernizzazione del paese? La risposta se la devono essere data abbastanza in fretta i rappresentanti della minoranza privilegiata che siedono nel Congresso e nella Corte Suprema. Portare le Forze Armate dalla loro parte non deve essergli poi costato neanche tanto. Separazione dei Poteri, uno dei principi fondamentali dello stato di diritto e tema del test di ingresso a Gorizia, nel lontanissimo 1997. Incredibili i giri che fa la storia, a volte, per tornarti incontro.
Miguel Zelaya non è un martire del regime. Delle promesse fatte in campagna elettorale molte sono rimaste nella sfera dei buoni propositi e sembra che negli ultimi tempi il consenso popolare nei suoi confronti fosse in netto calo. Anche avesse puntato alla rielezione, non avrebbe potuto condidarsi prima del 2013, correndo ad armi pari con altri precedenti presidenti rimessi in pista dalla sua stessa riforma. E forse, in fondo, l’Honduras – con un livelo di corruzzione tra i più alti al mondo, povertà, generalizzata apatia e onnipresenza del narcotraffico - non è ancora pronto a gestire in trasparenza una Costituzione degna di un moderno stato democratico, che la riforma tentata da Zelaya puntava a creare. Forse i poteri devono ancora restare accentrati, sicuramente con maggiore controllo da parte di organismi esterni, magari internazionali. C’è poi chi sostiene che esistono anche altri modelli per organizzare una società e che il colpo di stato in Honduras non solo sia perciò legittimo, ma anche dovuto, in ottemperanza alla legge locale. Poi però non dice nulla se sia legale o meno che in questo momento siano stati sospesi - su richiesta del nuovo, temporaneo, Presidente post-golpe - tutti i principali diritti costituzionali.
Ma non è questo il punto. Il governo golpista non durerà a lungo, stretto tra le pressioni popolari e l’isolamento internazionale. Il punto è che nessun giornale degno di questo nome ha riportato i fatti ragionandoci sopra, cercando risposte, investigando su più fonti. In sostanza, facendo quello che ci si aspetta faccia il giornalismo: spiegare la realtà. Non semplificarla, appiattendola sulla ripetizione ossessiva di passaparola vuoti di significato e valore.
Questi sono i fatti come me li hanno riportati testimoni diretti come Carlos Penalver o come COFADEH, Sergio Fernando Bahr Caballero, Luisa Cruz, Alerta Libre e tanti altri che in questi giorni ho seguito su Facebook o sentito via e-mail e che raccontano di giovani nei quartieri poveri reclutati a forza dai militari, repressioni violente, televisioni chiuse, giornali e siti web oscurati. Mi chiedo quale sarebbe stata la mia opinione se non avessi avuto un canale diretto con l’Honduras. Mi chiedo quante volte ho avuto la sensazione di ascoltare notizie e leggere articoli che per fretta o distrazione ho preso per veri, perdendomi così pezzi essenziali di verità. Se anche l’informazione è diventata un’industria – non una professione, non un diritto/dovere essenziale – allora mi chiedo, infine, se la carta stampata deciderà di combattere sul piano della concorrenza le moderne, immateriali ma efficacissime, evoluzioni della comunicazione (da Facebook a Twitter passando per YouTube) o se preferirà giocare in ritirata, in nome dell’ormai purtroppo diffusa differenziazione tra “informazione di massa” e “informazione di qualità”. Tante domande mi faccio, le risposte ho come il sospetto che dovrò cercarmele da me. Un effetto positivo questa vicenda ce l’ha comunque avuto: portare il popole honduregno per strada, dargli finalmente lo stimolo per alzare la voce. Le foto sono gentile cortesia di chi è rimasto, per raccontare.

lunedì, giugno 29, 2009

L'Eurotunnel, dove ci porterà

Se mi chiedessero con quale mezzo mi sposto più volentieri risponderei senza indugio il treno! , non solo per la libertà silenziosa che ti concedono rotaie ben piantate sulla terra, ma anche per il frastorno di arrivi e partenze in tante stazioni diverse del pianeta. Quelle pance scure e umide, sempre brulicanti di odori e di mondo, a metà strada tra la hall di un aereoporto e la fermata del tram. Le stazioni ti fanno guadagnare il viaggio e ti danno il tempo di rimettere in moto i cinque sensi, prima di lanciare il piede fuori, tra la luce e la folla. Quello di sabato 27 giugno, ad esempio, è stato un viaggio fuori dal comune, destinazione: stazione di Londra St-Pancras. Viaggio non proprio esotico, ma speciale per vari motivi: andavo al mio primo concerto di Neil Young ed era la prima volta che a Londra ci arrivavo in treno, viaggiando a -40 metri sotto il fondale marino. E poi il fatto che, a 1 ora e 57 minuti dalla capitale d'Europa, collegata da un passaggio chiamato "Eurotunnel", si piombi in un paese che guarda alla casa comune con costante, britannico, distacco, come quelle automobili che riempi con solo 10 euro alla volta, giusto per evitare di rimanere a secco proprio il giorno del bisogno. Essere costretta ad affrontare una frontiera europea dovendo riesumare i gesti tipici di un viaggio intercontinentale - carta d'identità, controllo di sicurezza, cambio valuta (!) - mi ha fatto riflettere sull'incongruenza della situazione in cui ci troviamo, a un mese dalle elezioni europee: da un lato, la maggioranza dei cittadini ha espresso un (non) voto di sostanziale sfiducia (o inconsapevolezza?) nei confronti del progetto europeo, confermando la freddezza inglese verso il processo di integrazione; dall'altro, resta l'indiscutibilità incompresa degli innumerevoli vantaggi che ha portato con se l'unificazione, nonostante i costi, i rallentamenti e i compromessi che il delicato processo di composizione delle diversità sempre comporta. Per rendersene conto basterebbe sperimentare un giorno senza Europa: annullare l'euro tornando nel caos inflazionistico dei biglietti da 1000 lire, ristabilire con un tratto di penna tutte le frontiere che Schengen ha eliminato, revocare ogni centesimo di sussidio erogato da fondi comunitari, discriminare i lavoratori di un altro paese europeo ma anche viceversa, rialzare le tariffe di trasporti aerei, cellulari e trasferimenti bancari e chiudere tutte le strutture costruite grazie ai fondi strutturali.
Sarà che ho passato gli ultimi quattro mesi immersa in strade e discorsi e documenti che sudano retorica europeista. Saranno gli effetti della crisi finanziaria che ha colpito duro nel cuore della city. Oppure il dispetto per la capacità targata UK di venderci l'inglese come lingua franca, il latte nel thè e la MIFiD, per poi utilizzare immancabilmente il trucchetto dell'opting-out ogni volta che una decisione a 27 puzza troppo di deriva sovranazionale. Sarà tutto questo e la voglia, in fondo, di prendere le meritate distanze dall'indigestione brussellese, eppure sabato, mentre calcolavo quanti euro fanno i pound per un caffè, l'Europa non mi è mai sembrata cosi lontana e arrugginita. Forse è davvero arrivato il momento di nuove idee, dopo aver vissuto per cinquant'anni della rendita lungimirante di uomini che avevano vissuto la guerra e per questo erano determinati a non volerne più sapere. Ma le novità in tempi di crisi, si sa, raramente pagano in consenso popolare. Per questo ha ragione l'Economist, quando sostiene che in fondo Barroso è tanto criticato non tanto perchè sia stato un amministratore inefficiente di una Commissione poco ambiziosa, ma perchè incarna la cattiva coscienza di ciascun capo di governo, che in pubblico muove critiche virtuose, ma nel privato sa che non avrebbe mai sostenuto un capo della Commissione determinato a giocare la partita europea a scapito dei poteri nazionali. Insomma, nella famiglia europea contano ancora più le singole stelline che lo sfondo blu dell'unione. La crisi ci ha reso particolarmente ipocondriaci: costruiamo ponti sugli stretti, canali a ventimilaleghe sotti i mari, gallerie e trafori, perchè cosi è più comodo passare da una parte all'altra, per poi immancabilmente blindarci nel nostro orticello quando fuori tira aria di tempesta. Questo devono aver pensato anche i Tory del partito conservatore inglese, che come promesso in campagna elettorale, sono usciti dal PPE per dare vita ad un nuovo gruppo parlamentare europeo, i Conservatori e Riformisti.



Se la pluralità di espressioni è la ricchezza della democrazia, l'assortimento euroscettico-nazionalista degli alleati dei Tory nel nuovo gruppo solleva forti dubbi sui vantaggi del caso. Di certo non migliora i rapporti già tesi tra Londra e Bruxelles, nonostante l'Eurostar costi cosi poco e il viaggio duri in fondo solo due ore. Chissà come si sarebbe espresso il corrispondente di guerra e primo ministro britannico (1940 - 1945 e 1951-1955) Wiston Churchill, uno dei primi ad invocare la costruzione degli Stati Uniti d'Europa, unica soluzione che "in pochi anni renderebbe tutta l’Europa .... libera e.... felice."
Sulla via del ritorno St-Pancras-Bruxelles, piena delle emozioni di un concerto storico e della variegata umanità di Camden Town, mi sono venuti in mente i latinoamericani, che ogni volta che li incontri in giro per il mondo e gli chiedi da dove vengono, la prima risposta - quella istintiva, quella di pancia - non è quasi mai Messicano, Boliviano o Peruviano, ma quasi sempre, indiscutibilmente, latinoamericanos. Gli Argentini fanno in genere eccezione, ma questa è una storia che ho già raccontato tempo fa.

Fonte foto: Londra, Hyde Park, giugno 2009 letiziajp ©

lunedì, giugno 22, 2009

3 - NOTTE

Lucciole girovaghe
ubriacano il crepuscolo
di vivaci interruzioni
Evaporano i contorni
di ciò che resta del giorno
Attutiti i passi
Sapiente distacco
scompone il pensiero
Lo rifonde
Mentre brezze leggere
trasportano odori
Intuizioni
come radici e foglie
Vaga lo sguardo
La terra suda
il calore del giorno
Insetti distratti
dipingono inattese geometrie
Sapori agrodolci
Animali selvatici
che la coltre lunare risveglia
Richiamo di specchi d’acqua
Cristallina clandestinità
Echeggia un piacere
sussurrato alle soglie del buio
Puntini fluorescenti
Città disseminate
bucano di vita
l’abbraccio oscuro
tra terra e cielo

venerdì, giugno 19, 2009

2 - MERIGGIO

Stelle filanti
Assenza di pensieri
Riluce l’essenza a brandelli
Stanche le membra stanche
Sopiti gli istinti
di attiva ribellione
Sguardi allungano l'orizzonte
come allucinazione
Bruciore scomposto
invade i sensi
Li disperde
Asseconda l’istinto
una malata apatia
L’intorno agli occhi è vuoto
Immobilizza i desideri
li sfuma
Anestetizzati dall’ansia del vivere
Analizzati alla luce di esotiche patologie
Ricadere esausti
La volontà perduta
Setacciata in granelli di tempo
rincorrendo l’ombra
di una fugace immortalità
Attendere il cambiamento
Ore più tiepide
Bramata frescura
L’azione riscopre
nell’istante
il nucleo arancio
del suo ardore

giovedì, giugno 18, 2009

1 - RISVEGLI

Sussurri
Interrotti dallo svolgersi limpido
di brina
Gocce lente rotonde
Scivola il respiro
dall’ansia del risveglio
Battito di ciglia
Immagini
di un tempo interiore
sfuggono l’informe
Riconquista di geometrie conosciute
Incresparsi impreciso
di labbra sottili
Carne
è il sapore pulito dell’alba
Scivola il corpo
l’anima torna sopita
Lascia il battito
il ritmo consueto del vivere
La notte risponde a melodie
che accendono luci dopo il tramonto
Tra le crepe confuse di un sogno
una nostalgia interrompe la quiete
La trasforma
Pieghe tra le lenzuola tiepide
tra la pelle
Muscoli riassaporano la vita
dopo la distrazione dell’incontro
Nell’attimo esatto di un movimento
sospinta con forza
oltre distanze e finiti contorni
Ogni estremità
beve avida
il presente antico
del nuovo giorno

mercoledì, maggio 27, 2009

Non disprezzare il poco, il meno, il non abbastanza
L’umile, il non visto, il fioco, il silenzioso
Perché quando saranno passati amori e battaglie
Nell’ultimo camminare, nella spoglia stanza

Non resteranno il fuoco e il sublime, il trionfo e la fanfara
Ma braci, un sorso d’acqua, una parola sussurrata, una nota
Il poco, il meno il non abbastanza


Stefano Benni

domenica, maggio 24, 2009

Cosa sto facendo nel frattempo (7 marzo 2009 - ....)

Adesso basta. Mi avete ripreso da più fronti con la stessa frase appuntita ("Non scrivi più?!" cit.). Ma ammetto che la cosa, invece di stizzirmi, mi ha felicemene stupito. Ho anch'io i miei 20 fedelissimi lettori, e la cosa non è per niente scontata. Tuttavia, vi rassicuro, l'assenza di post non è assenza di vita, qualcosa starò pure facendo nel frattempo (e neanche questa è per niente scontata...). Ma dirlo non basta. Per cui stamattina ho inumidito il dito indice e ho preso a sfogliare freneticamente http://www.garzantilinguistica.it/. Ne è venuto fuori che una spiegazione c'è: sto metabolizzando.

Metabolizzare: 2 (fig.) assorbire trasformando in qualcosa di compatibile con sé; assimilare, digerire: es. gli americani sono in grado di metabolizzare gli apporti culturali più diversi.

Sull'esempio portato dal sign. Garzanti avrei qualche dubbio, ma quello che conta in questa sede è che la definizione mi calza a pennello. Per cui, fedelissimi lettori, portate pazienza. Non ho il blocco dello scrittore, niente apatie, nè viaggi intorno al mondo (sic!). Sto semplicemente sperimentando il complesso delle trasformazioni di natura chimica che avvengono negli organismi viventi e attraverso le quali essi si conservano e si rinnovano...

Fonte foto: letiziajp ©

lunedì, marzo 02, 2009

L'evoluzione impercettibile dei cambiamenti

...Bruxelles, coi suoi viali ampi e le case basse che lasciano sempre vedere il cielo, anche quando il grigio della pioggia lo ricopre di nuvole. Bruxelles e il profumo di kebab, cannella e goffres dolciastre che riempie l’aria, i suoi quartieri multietnici e i canti arabi a due passi dalla Cattedrale, la Stazione Centrale e il fiume incessante di volti che mi passa accanto, senza fretta e senza rumore. Bruxelles e i suoi spazi aperti, il parco dietro casa e l’autobus numero 92, il cicaleccio dei bambini turchi sotto la finestra di camera mia, le passeggiate fino a casa di Laurence, un bicchiere di birra e il calore sicuro di un’amicizia. E la Grand Place, piazza centrale che ti sorprende alla fine di un dedalo stretto di vicoli con uno degli scorci più suggestivi d’Europa, dove così tante volte sono corsa la domenica mattina, alla ricerca del profumo dei primi giorni d’inverno e dei tesori del mercatino delle pulci da esplorare. Da questa distanza, finalmente, capisco come appare l’Italia all’esterno, Italia così gelosa dei suoi confini territoriali da considerarsi ancora Stato-Nazione autonoma e a se stante, in una geografia che invece si fa sempre più europea. Cittadini d’Europa, sembrava un concetto da campagna politica, buono per convincere un elettorato sfiduciato e stanco di anni di promesse non mantenute, invece Bruxelles dimostra che è davvero possibile sentirsi così.
Non si tratta solo di questioni economiche, non è una moneta comune che ci fa essere parte dell’insieme, è piuttosto una coscienza storica, una nostalgia per elementi che accomunano piuttosto che dividere. Nei dibattiti del Parlamento Europeo, negli incontri tra Commissione e Società Civile, nelle manifestazioni per la pace, negli scontri tra immigrati e nei poveri che affollano la Stazione Nord alla ricerca di un posto caldo e di un arrivo definitivo, in tutto questo c’è qualcosa che mi riguarda, che ci riguarda tutti e ci trascina a forza al di fuori dei nostri singoli rassicuranti confini. E’ l’inevitabilità di un destino comune, nato per evitare una volta per tutte gli orrori di una nuova guerra e cresciuto grazie alla convinzione di chi ha creduto nel potere creativo della collaborazione e della fiducia reciproca. La fluttuazione dei prezzi nei mercati francesi, i disastri naturali spagnoli o italiani, la politica agricola tedesca, tutto ciò avrà delle ripercussioni in ogni singolo stato membro, impossibile poter pensare ancora di vivere in territori a compartimenti stagno.
Ma l’importanza di quest’appartenenza comune è visibile solo dal di fuori, quanti in Italia percepiscono il loro essere europei, quanti ci credono, quanti conoscono i loro diritti, i loro doveri, le loro possibilità al di fuori e all’interno dell’Italia stessa? Le vicende politiche nazionali si fanno sempre più sconcertanti, gli interessi dei singoli hanno la meglio sul benessere della collettività, il sistema scolastico sta implodendo sotto i colpi di una riforma caotica che insegue modelli esteri vincenti, i prezzi aumentano, le contestazioni meschine tra partiti accrescono la sfiducia nel potere di un voto e di un ideale. Questa è l’Italia vista dall’esterno, questa è l’Italia dipinta dai giornali stranieri, derisa nelle conversazioni tra colleghi in un ufficio qualunque di Bruxelles, l’Italia che non riesco a difendere, che non riesco a giustificare.
Eppure non posso che credere che le cose cambieranno, devono cambiare, il cammino verso una identità europea non può che essere inevitabile. Una identità che non si basi solo sui proventi economici di un mercato comune, libero e senza barriere, né solo su strategie di difesa militare contro una minaccia esterna da cui difendersi. La base di tutto va ricercata nell’apertura mentale verso tutto ciò che è diverso da noi stessi, nella predisposizione all’ascolto, nel contributo costante per rendere la nostra società un posto migliore da abitare. E’ il principio democratico che si fa spazio tra le pieghe dei particolarismi nazionali e degli interessi individuali e sul quale bisogna partire per costruire il paese Europa. Democrazia che non è solo l’espressione di un diritto di voto ma anche il dovere di costruirsi sempre un’opinione, invece di trincerarsi dietro un velo di cieca indifferenza per ciò che ci accade intorno. Inutile lamentarsi che le cose non funzionano se poi non si propone un’idea per cambiarle, un’alternativa da cui ricominciare.
Siamo ancora in tempo per far si che la società in cui ci ritroveremo a vivere tra due, cinque, dieci anni, sia il frutto di un cammino liberamente scelto e intrapreso e non piuttosto il risultato casuale della nostra inerzia intellettuale.
(Leti appunti - Bruxelles, luglio 2003)

domenica, febbraio 08, 2009

Sistema dis-incentivante

L'altro giorno ero a lezione. Una delle ultime, una delle tante. Stava quasi per riprendermi quella smania impotente di essere altrove, quando è successo un fatto che ha dato un senso all'intero pomeriggio di ascolto forzato. Quando un mio compagno seduto qualche sedia più in là, ha lasciato che una frase volutamente provocatoria restasse nell'aria un minuto di troppo, infiammando un'aula di colpo ingestibile per quel dirigente in pensione che era andato avanti a ripetere la sua lezionioncina da manuale con la diligenza di chi non si aspetta mai domande fuori dalle righe. Il tema: la gestione delle risorse umane; il passaggio critico: la bontà intrinseca dei sistemi incentivanti; la provocazione del collega: dobbiamo riconoscere che l'uomo è sempre e comunque mosso da motivazioni economiche, per cui l'esistenza di un sistema incentivante di natura monetaria è l'unico strumento per ottenere risultati aziendali soddisfacenti. In quel momento ci siamo tutti svegliati di colpo, diventando un turbinio ingestibile di pro e contro, il cui unico obiettivo era del resto liberarci della passività dell'ascolto. Un modo come un altro per dissentire. Possibile essere tacciati di beata ingenuità perchè si crede fermamente che quello che ci muove nella vita non è il mero istinto di gonfiare il portafoglio? In ogni caso, il pensiero pesante e contorto che mi sono portata a casa non è tanto il sospetto istintivo per i sistemi incentivanti di qualsisi natura - è come il discorso sul PIL: in un mondo finito, fino a quando la crescita potrà essere considerata un obiettivo irrinunciabile per misurare il nostro ben-essere futuro? - quanto il fatto che spesso, sopraffatti dalla stanchezza e da tante parole, mettiamo il cervello in stand by e diamo per scontato che chi siede al di là della cattedra debba essere per forza un oracolo di scienza infusa. Lo spirito critico non scatta o lo fa quando è ormai troppo tardi. La lezione si è già sedimentata, pesante e tronfia, è diventata "verità" perchè nessuno l'ha messa in discussione e noi abbiamo perso l'ennesima occasione di lottare per dar vita ad un'idea, per insignificante che fosse. Eppure tutto, ma proprio tutto, dipende dalla nostra visione del mondo, o meglio, dalla visione del mondo della corrente dominante. Tempo fa ho regalato ad un amico una stampa del Don Quixote di Picasso. Molti l'hanno vista e hanno pensato: "per tutte le battaglie perse contro i mulini a vento!". Nella mia testa c'era invece Sancho Panza e l'incrollabile, inspiegabile, fedeltà, che solo la vera amicizia ti può regalare.

giovedì, gennaio 22, 2009

Come Ulisse a Itaca, iniziò il 2009...

Nella mia giovinezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito
e della vita il doloroso amore.

Ulisse, Umberto Saba

giovedì, dicembre 18, 2008

Anche bancariamente parlando

In Italia due milioni di famiglie vivono in condizioni di povertà e quasi un milione è a rischio povertà. Ciò significa che qualsiasi evento imprevisto può influire negativamente sul precario benessere familiare, spesso in maniera irreversibile. A dirlo non è soltanto l’Istat, ma soprattutto le testimonianze raccolte dalla Caritas in molte città italiane. Storie che parlano di famiglie comuni che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese e sono costrette a indebitarsi o a ricorrere ai centri assistenziali, nonostante abbiano un lavoro e un reddito. Per queste persone l’accesso a un credito agevolato può diventare determinante per superare il momento di crisi. Da questa consapevolezza la Caritas della diocesi di Brescia, in collaborazione con tre banche di credito cooperativo della provincia ha avviato un progetto Microcredito Sociale, per concedere prestiti di piccolo ammontare a condizioni favorevoli a persone in situazioni di particolare difficoltà. Come funziona? Il meccanismo è semplice: la Caritas ha predisposto un fondo di garanzia di 45.000€, le tre BCC lo hanno moltiplicato per quattro, stanziando risorse per 180.000€ e hanno messo a disposizione tre ex dipendenti in pensione che, con la loro esperienza possono aiutare a trovare le soluzioni più adatte ai bisogni incontrati. Per accedere al microcredito bisogna rivolgersi a un “garante morale” che verifichi i requisiti e introduca la persona al progetto. In questo modo si è dato vita a una rete di soggetti che accompagnano l’individuo per tutto il periodo di difficoltà, ben oltre l’aspetto finanziario.
Un’analisi dei primi mesi di progetto ha evidenziato che chi accede al microcredito ha bisogni che vanno dalle spese scolastiche dei figli al pagamento della cauzione dell’affitto, all’acquisto di un’auto per recarsi al lavoro, ma soprattutto per estinguere debiti pregressi, sintomo di una società che vede nel consumo un obiettivo irrinunciabile e sta perdendo il senso di un uso consapevole delle risorse a disposizione. Bisogna sottolineare che il microcredito non è un’attività di beneficienza. Ha in sé una dimensione economica importante, che punta a restituire dignità e autonomia alle persone. Dare soldi a fondo perduto sarebbe più facile, ma di certo non utile. Anche se concesso a condizioni particolari un prestito deve essere rimborsato, il debitore deve farsi carico degli impegni assunti. L’obiettivo del Microcredito Sociale è dunque più ambizioso del semplice prestare: punta ad accompagnare le persone verso una più consapevole gestione del denaro, responsabilizzarle sull’importanza del risparmio, inserirle in una rete che dia punti di riferimento e consigli. Per le tre BCC partecipare al progetto è stata una scelta naturale: le casse rurali in Italia sono nate per combattere l’usura e permettere l’accesso al credito alle categorie più deboli. Nei vecchi registri contabili delle casse rurali si scopre che i primi prestiti erano stati concessi per comprare sementi, aratri, una mucche. La vera scommessa, in quei casi, non era farsi restituire il prestito da gente umile, povera, ma il fatto di credere che da quell’aratro o da quelle sementi potesse scaturire il benessere futuro di quelle persone. Fare microcredito oggi vuol dire rinnovare quella fede, quella speranza di cento anni fa. Il progetto Microcredito Sociale può essere dunque riassunto in due elementi: una sfida e una speranza. La sfida è dimostrare che anche la solidarietà, se lungimirante, può essere efficiente: il prestito se ben gestito, a differenza della beneficienza, autoalimenta i fondi a disposizione e permette di arrivare a più persone, durare nel tempo. La speranza è che queste iniziative servano a ricondurre l’attenzione dai numeri all’uomo, con le sue debolezze, i suoi bisogni e i suoi progetti di futuro. Progetti che non sempre sono economicamente misurabili, ma che possono comunque essere degni di fiducia. Anche bancariamente parlando.

venerdì, dicembre 05, 2008

Je n'ai pas peur de la route
Faudra voir, faut qu'on y goûte
Des méandres au creux des reins
Et tout ira bien (là)
Le vent nous portera

Tout disparaîtra mais
Le vent nous portera

martedì, dicembre 02, 2008

Controluci di Natale

Nonostante i suoi 20 gradi al sole, anche Durango si prepara al Natale. Se da noi vanno di moda le luminarie natalizie, che fanno cosi atmosfera se accompagnate da qualche fiocco di neve, qui l'illuminazione si moltiplica per quattro, non c'è albero, palo della luce, balcone dei palazzi o semaforo che la scampi dal rivestimento navideno. Nella migliore tradizione latinoamericana, quello che conta è eccedere e a Durango, altopiano temperato situato nel cuore della mezzaluna messicana, nessuno vuol essere da meno. Mi aggiro nel tripudio di luci e lucine, mentre la gente come onda di formiche invade la piazza principale di chiacchiere e risate e mi chiedo se per una volta il Messico sia rimasto indenne dalla crisi. I messicani ci tengono ad essere chiamati nordamericani, per non confornderli con i vicini del centro - decisamente più poveri - e con i cugini del sud - decisamente un emisfero a parte. Con l'America targata USA, invece, sono tante le cose in comune: le maquilladoras, il trattato di libero commercio, la repubblica presidenziale, l'idiosincrasia per lo spostarsi a piedi e il mangiare salutare, una delle frontiere più trafficate del mondo, l'hobby di passare i sabati pomeriggio a spasso per il Mall, l'alto tasso di diabete e obesità, anche fra i più giovani. Eppure l'attuale crisi finanziaria non sembra aver scosso più di tanto Mexico City, nonostante il panorama bancario messicano sia popolato quasi esclusivamente da banche straniere. Un Natale tranquillo dunque, per gli Stati Uniti del Messico. Eppure....
Eppure qualche cambiamento c'è stato. Le crisi finanziarie sono le più subdole, le uniche in grado di innescare in pochissimo tempo una diffusione sistemica di malanni e crepe. Per questo non c'è da stupirsi se il primo campanello di allarme per il Messico non sia da ricercare nei bilanci delle banche, ma nei dati demografici. Negli ultimi sei mesi i flussi migratori si sono invertiti. Nonostante le traversie affrontate per passare in terra statunitense, la gente - soprattutto quella in possesso di visto - ritorna a casa. E non certo per festeggiare il Natale. La crisi dell'economia reale americana ha aperto le porte allo spettro della disoccupazione anche e soprattutto per gli immigrati latini, che fino ad oggi con le loro rimesse hanno contribuito sostanzialmente alla crescita del Pil dei rispettivi paesi di origine. L'impossibilità di mantenersi nella terra del fast food e generare al tempo stesso un reddito sufficiente per inviare risparmi a casa li ha convinti ad intraprendere la strada all'inverso. Un dato preoccupante per il Messico, per cui le rimesse negli ultimi anni hanno rappresentato la seconda entrata del paese, dopo il petrolio.
Durango è uno dei paesi della federazione con il più alto tasso di immigrazione: si stima che circa il 30% della popolazione economicamente attiva viva attualmente negli USA. Di solito il ritorno in patria coincide con il raggiungimento del benessere economico, in questo caso parliamo di una misura di emergenza: tra essere disoccupati a Chicago e essere disoccupati a Durango, meglio Durango. Dove la vita costa meno, la gente è sempre sorridente, non vieni trattato da cittadino di seconda mano e nell'informalità si trova sempre un modo per potersi arrangiare. Solo che nel tempo gli standard di vita mantenuti dalle rimesse calano, i posti di lavoro che Città del Messico promette di creare attraverso le grandi opere pubbliche non sono comunque sufficienti per assorbire i nuovi flussi in entrata e cresce in modo preoccupante il tasso di criminalità dovuto, secondo studi dell'Università locale, proprio alla mancanza di occupazione. Dati alla mano, forse le luci Natalizie di Durango appaiono in un certo senso meno luminose, ma per i messicani le nuvole oscure che si ammassano all'orizzonte non sono mai un buon motivo per non festeggiare. Il presente è ciò che conta e nel presente, seppur incerto, !que viva Mexico! Con un di pazienza la locomotiva americana si rimetterà in moto e comincerà ad emergere con ancora più chiarezza che i posti vacanti lasciati dagli emigrati tornati in patria sono un costo insostenibile per un paese che ha l'ambizione di continuare a crescere. Intanto i ladinos emigrati in Italia sembrano immuni all’austerità europea, obbedendo alla lettera all’incitamento del primo ministro dello stato che li ospita: consumano, riempiendo bagagli a mano straripanti e gonfi. Con buona pace di chi attende pazientemente in fila la possibilità di raggiungere il proprio posto, incastrato tra il cicaleccio di due simpatiche signore messicane e lo spazio ingombrato dai loro vistosissimi regali di Natale.

Fonte foto: Messico, novembre 2008 letiziajp ©

giovedì, novembre 13, 2008

L'epoca delle passioni tristi

La fiducia è una cosa importante. E fra tutte, la fiducia nel futuro è l'unico motore in grado di alimentare la vita, renderla diversa dal mero sopravvivere. C'è stata un'epoca in cui tutto era possibile, l'avvenire carico di promesse, la strada dell'umanità pavimentata col cemento solido di un progresso inevitabile. Gramsci diceva che bisogna essere pessimisti con la ragione e ottimisti con la volontà. Forse voleva dire che nella vita occorre pragmatismo e che a vedere il mondo solo rosa si cade nello stesso errore del bianco e nero, l'illusione che sia possibile definire la complessità con un solo colore.
Pensavamo che avremmo potuto risolvere qualsiasi cosa "non ancora conosciuta" soltato rendendola intelleggibile, trovando il teorema alla base del dubbio. Per questo il futuro era speranza, perchè in esso si celavano, ai nostri occhi, tutte le risposte ai problemi del presente. Ma quando ci siamo resi conto che la guerra è ancora un evento possibile, che la ricerca medica non ha trovato rimedi sicuri contro le piaghe del nostro secolo, che siamo ancora oggi in balia dell'ignoto, dell'imprevedibile, abbiamo perso quell'ingenuo equilibrio che ci tendeva proiettati verso un futuro sicuramente migliore. Da quell'altezza non potevamo che farci male. Oggi l'individuo è inserito in un contesto di costante precarietà, dove il modello pregnante dell'homo oeconomicus lo spinge a misurare il proprio grado di successo solo in termini di forza, di capacità di emergere anche - e nonostante - a scapito degli altri. All'ottimismo verso il futuro si sostituisce uno stato di perenne emergenza . E' questo il fattore scatenante delle passioni tristi che Miguel Benasayag e Gerard Schmit passano al lumicino, cercando di dimostrare in un libro fino e accessibile, che la ragione profonda di tanta tristezza non è il sintomo di una patologia diffusa, ma piuttosto la reazione inevitabile alle regole economicistiche su cui si basa la nostra società. La forza rappresenta una tale ossessione che libero diventa colui che domina, il suo tempo, il suo ambiente, le sue relazioni, gli altri. Il mito della società dell'individuo, "ci fa credere che tutto quello che ci accade potrebbe essere diverso e ognuno di noi potrebbe essere un altro". Se questa è l'impostazione, è chiaro che qualsisi tentativo di staccarci da noi stessi per emulare un modello ci insinua dentro un senso di irrimediabile tristezza, "perchè negare ciò che siamo non ci rende altri, ci rende soltanto più impotenti". La ricetta per uscirne? Non necessariamente facendo dello psichiatra il nostro punto di riferimento, come accade oggi in paesi insospettabili come l'Argentina, che ha il maggior numero di psicologi per abitante - uno ogni 1000 - più piscologi che sportelli bancari insomma. Nell'immediato sarebbe sufficiente invertire la tendenza e coltivare passioni gioiose, efficaci per fagocitare quel sottofondo di perenne tristezza che ci fa vivere il mondo come un'ingestibile minaccia. Consapevoli di non essere soli. I legami con gli altri non sono un vincolo alla libertà, ma piuttosto la radice che ci tiene ancorati al mondo e nel farci parte di esso, dà un senso credibile alla nostra esistenza.

martedì, novembre 11, 2008

Cartoline per Natale

Nasce in Inghilterra The Big Picture – il grande disegno – cooperativa che commercializza le opere d’arte create dai bambini di strada di diverse parti del mondo. Secondo le Nazioni Unite, i bambini di strada nel mondo sono oggi 100 milioni e lo stato di abbandono in cui si trovano a vivere li rende più vulnerabili all’insorgere di problemi psicofisici, abusi sessuali, dipendenza da droghe e propensione a cadere nel vortice della criminalità. Da parte sua, la cooperativa rifornisce di materiali e finanziamenti le organizzazioni partner che lavorano con bambini di strada. I bambini usano il materiale per produrre lavori artistici che poi vengono venduti dalla Big Picture tramite il proprio web site. Dall’altro lato, le organizzazioni che collaborano al progetto ricevono dalla cooperativa anticipi mensili per realizzare i lavori e ulteriori fondi in base al fatturato. I disegni sono poi incorniciati da dei detenuti che lavorano nella cooperativa per cicli di quattro settimane, come parte del proprio programma di riabilitazione. Durante tutto il periodo i detenuti vengono totalmente integrati nella cooperativa e hanno voce in capitolo sulle scelte aziendali, ricevono formazione sulla storia, valori e principi del Movimento Cooperativo e hanno la possibilità di sperimentare una modalità di lavoro autenticamente democratico. La speranza della Big Picture è che una volta scontata la pena, i detenuti possano reinventarsi una vita all’interno del settore cooperativo.
Voglia di contribuire, senza rinunciare a un regalo originale? Il sito web della Big Picture è ricco di stampe e disegni che possono essere acquistati direttamente on-line e usati come biglietti natalizi o come carte da visita per imprese che vogliono investire in attività di responsabilità sociale. Il ricavato dalla vendita delle opere dei bambini viene equamente suddiviso tra la cooperativa e i partner stranieri, per il momento organizzazioni che lavorano in Messico, Swaziland e India.

sabato, novembre 01, 2008

Relativamente, a volte

Ogni tanto viaggio e sto via a lungo. Non so mai quando sarà la prossima partenza, quanto durerà, le persone che incontrerò. E' come vivere sospesi, ma bene, con curiosità, con attesa. L'ultima volta, tra un giro e l'altro, è durata tre settimane. Su e giù per il Messico, dai saloni soffusi e ovattati del Congresso di un piccolo stato, su a nord, alle baracche umili ma fieramente dignitose di una comunità che ancora oggi lotta - rischiando, per inerzia, di dimenticare perchè - per mantenere la sua identità. Viaggio, insomma, con la passione del viaggiare. Poi torno e ogni volta ho la sensazione di essere stata sempre lì, ma con qualcosa dentro in più, a premere, a iniettarmi dentro quella droga del ripartire ancora. Anche l'Italia è cambiata in questi anni, i suoi colori, i suoi odori intendo. I miei vicini di casa sono indiani e ogni volta che salgo le scale, sul pianerottolo, mi assale il profumo dolce e pungente di piatti lontanissimi epenso che non ci vuole niente, a volte, a portarsi dietro la propria casa. L'altro giorno, appena rientrati dal Messico, la mamma indiana mi ferma per le scale esclamando: "Alisha (non ha mai imparao il mio nome, ho lasciato fare...), tantissimo che non vedo te, dove andata?". Sono stata via per lavoro - faccio io - in Messico. "Messico??" fa lei sgranando gli occhioni. Poi deve averci pensato su, credendo di aver capito e con tutto il trasporto che ti dà l'empatia aggiunge "perchè Messico, non esserci più lavoro in Italia per te?".
Non esserci più lavoro in Italia per me...come glielo spiego che il mio lavoro in Italia prevede proprio che io me ne vada in giro per l'America Latina, che il mio viaggio non è imposto, come il suo, che in India ci ha lasciato genitori e un figlio e la prospettiva di rivederli è tra due anni perchè il volo da qui a là costa una fortuna? Ho pensato di spiegarglielo ma poi ci siamo guardate, lì sulle scale, con il passo di entrambe già per metà altrove. La libertà è un concetto relativo e io non ho trovato le parole.

venerdì, ottobre 31, 2008

Società Aperta

Ho sempre pensato che l’ingrediente fondamentale di un buon programma TV fosse prima di tutto un buon presentatore. Eppure, nonostante preferissi di gran lunga la pinguedine acuta di Giuliano Ferrara, Otto e Mezzo continua ad essere un bel programma di approfondimento, a prescindere dal restiling imposto dai primi piani civettuoli delle pose sbilenche della Gruber.
L’altra sera il programma era incentrato sul rapporto tra Chiesa e Islam alla vigilia dell'apertura del Forum cattolico musulmano. Dopo un primo tumulto iniziale di noi e voi, Samir Khalil Samir docente all'Università Saint Joseph, in collegamento da Beirut, ha preso timidamente la parola con un commento che non m’aspettavo. Non cito testualmente, ma suonava più o meno cosi: “voi italiani dovreste smetterla di discutere se togliere o meno il crocifisso, fare o meno il presepe, ammettere o meno il velo nelle scuole. Avete le vostre leggi, fate in modo che siano uguali per tutti e non smontabili caso per caso a seconda degli influssi esterni. Dovreste prima di tutto essere orgogliosi della vostra cultura e coerenti con essa. Le altre culture dovrebbero servire per arricchirvi non per creare confusione sociale”. Ovvero, non possiamo essere dei mediatori culturali, se non abbiamo chiaramente presente qual è la nostra identità, come possiamo dialogare con gli altri? Mi sento di condividere, al di là di qualsiasi convinzione velatamente buonista. Il punto è proprio qui, nel corpo molle dell’identità italiana.
Mi viene in mente un libro di Sartori che ho letto tempo fa, intitolato Pluralismo, Multiculturalismo ed estranei. Partiva dalla domanda “posto che una buona società non deve essere chiusa, quanto aperta può essere una società aperta?”. Secondo Sartori la società aperta coincide con una società pluralistica – contrapposta a quella multiculturale perché fondata sulla tolleranza e non sulla differenziazione a tutti i costi - una comunità nella quale i diversi e le loro diversità si rispettano e si fanno concessioni reciproche. Rendere cittadino chi si prende i beni-diritti soggettivi, ma non si sente tenuto in cambio a contribuire alla loro produzione, è creare un cittadino “differenziato” che rischia di balcanizzare la città pluralistica. Il che equivale a dire che “il muticulturalismo crea identità rafforzate…configurando lo spezzettamento della comunità pluralistica in sottoinsiemi di comunità chiuse e disomogenee”. Il saggio di Sartori è complesso, ma il pensiero di fondo è che l’armonia di una società pluralistica sta nell’accettare la diversità che vive in essa, senza voler omogeneizzare in nome di un illuminato melting pot. Perché se nell’accettazione di culture “altre” non c’è reciprocità - ma piuttosto rifiuto della nostra – il gioco non è a somma zero. Essere tolleranti non vuol dire negare se stessi, perché la tolleranza non esalta l’altro e l’alterità: li accetta…Nell’essere tolleranti verso gli altri ci aspettiamo a nostra volta di essere tollerati. Purtroppo per la nostra società, che si vuole multiculturale, non sempre funziona cosi.

mercoledì, ottobre 29, 2008

appunti calligrafici

Dove sto andando? – si domandò
Il vento sfogliava le pagine spesse di un giornale locale, con colori lucidi tra le dita callose dell’uomo di fronte, sgualciti come parole sbavate. C’era calma, nonostante il rumore del traffico di sottofondo. Sbattere di posate appena lucidate, tintinnio di bicchieri, pochi avventori data l’ora e un silenzio ispessito da conversazioni sussurrate a metà. La semplicità di una farfalla che svolazzava tra i fiori di un cespuglio curato da poco, l’odore di erba giovane tosata, di escrementi di cani sciolti, di margherite gialle inclinate storte verso un sole finalmente primaverile. Si nasconde una qualche consapevolezza dietro l’accortezza di mani che avvicinano la tazza fumante al viso, sorseggiando piano un caffè da due lire? Vita semplice, in assenza di metafore, l’ombra di un moscerino che incide un solco breve sulla pagina che stava scrivendo, come il viaggio di un aeroplano, una traccia o un cammino. Notò che non aveva più nulla da dire. Forse le parole sarebbero uscite sotto altra forma, come la coscienza che argina il flusso per non lasciarsi sopraffare dal vuoto, per navigare nell’unico tratto di mare calmo, il silenzio. L’unica regola da seguire sarebbe comunque stata la rigorosità, l’accortezza nella descrizione dell’esistenza umana, che esclude la banalità da ogni riflessione. L’inutilità di alcune osservazioni ti lasciano inerte. Voleva in fondo quello che tutti vogliono, sentirsi conforme con le pieghe quotidiane dell’esistenza. Intanto i bambini di strada - figli delle strade di Baires dal 2002 - trascinavano la loro povertà tra i tavoli, mentre gli avventori di mezzogiorno continuavano le loro conversazioni indispensabili e urgenti, come se la vita non fosse di fatto solo un perpetuo altrove.

lunedì, ottobre 27, 2008

Terra, lavoro e capitale interest free

Nella stessa giornata mi è capitato tra le mani più volte, un articolo di giornale, un amico che me ne parla, una rivista che lo mette in prima pagina. Non è ancora un fenomeno ma l'attualità a cui assistiamo inermi ne fa sicuramente una potenziale tendenza e allora ho deciso di rifletterci su. Si chiama Jak (terra, lavoro, capitale), è una banca cooperativa e nasce in Svezia, patria di molte altre trovate ecologiche e sostenibili. Questa volta la trovata è di natura finanziaria e non è una novità: la Jak Bank opera informalmente dal 1965, opera su tutto il territorio svedese e nel 1997 è stata riconosciuta come banca dall'autorità di vigilanza nazionale. Ad essere rivoluzionaria - rispetto al comune sentire - è piuttosto la filosofia che c'è dietro: il credito non deve generare interesse. Concetto molto vicino a quello promosso dalla "finanza islamica", l'idea dei fondatori della Jak è che qualsiasi tipo di speculazione non può essere sostenibile nel lungo periodo, a maggior ragione la speculazione sul denaro, monito amaro in un'epoca che sta assistendo all'implosione dei credo universalmente accettati dell'alta finanza. Il sistema promosso dalla Jak si fonda sull'assenza di interesse nei servizi di raccolta e d'impiego: i soci della banca possono accedere ai prestiti in proporzione al risparmio accumulato - punti di risparmio - su cui pagano una commissione complessiva che serve esclusivamente a ripagare la banca dei costi sostenuti per il servizio (intorno al 2.5% fisso). Il sistema può presentare delle criticità nel momento in cui si passa da microprestiti a crediti di più alto ammontare, tenendo in considerazione che il risparmio obbligatorio è comunque non remunerato e se immobilizzato per lungo periodo, in condizioni di alta inflazione, può portare all'erosione del proprio capitale. Tuttavia, come tutti gli strumenti fuori dal comune, il sistema difeso da Jak per tutti questi anni lancia dei segnali che oggi più che mai risultano appetibili - socialmente parlando....Nel maggio 2008, pochi mesi prima dello scoppio della crisi finanziaria, l'esperienza della Jak Bank diventava protagonista su Rai 3 di una puntata di Report. Da lì il tam tam è stato immediato, tanto che a settembre di quest'anno nasceva formalmente Jak bank Italia, un'associazione culturale con sede a Firenze che si propone di lavorare sulle orme della banca cooperativa svedese per arrivare presto a una Jak bank anche in Italia. Sarà - culturalmente - fattibile nel belpaese? In Italia esistono 449 banche di credito cooperativo, una Banca Etica e una neonata rete di istituzioni di microfinanza che a vario titolo si muovono nel microcosmo di famiglie italiane che pur in crescente difficoltà non hanno ancora raggiunto i livelli di indebitamento del resto d'Europa (fino a poco tempo fa venivamo considerati arretrati per questo, oggi sembra averci salvato - per il momento - dal tracollo finanziario) . Un microcosmo complesso, in bilico tra il bancario e il sociale, che pur ricercando una logica nella contraddizzione apparente tra beneficio sociale e profitto, non rinuncia alla ricerca di un utile annuale, elemento in molti casi essenziale per rendere l'istituzione forte e sostenibile. Il caso della Jak Bank può essere applicabile su larga scala, lo dimostrano i suoi 35.000 soci, alcuni anche fuori confine e può effettivamente contaminare positivamente la società: un effetto trickle-down virtuoso dove il costo più basso dei prestiti ricevuti da un produttore si riversano sul consumatore sotto forma di prodotti meno costosi. Ma c'è qualcosa in questo meccanismo che continua a non convincermi...la sua replicabilità in ogni caso, intendo. Per essere veramente efficace dovrebbe essere in grado di sostenere il tessuto produttivo senza vincolare le imprese - strutturalmente bisognose di circolante - al risparmio obbligatorio. Ma in tal caso chi è disposto a risparmiare al loro posto a costo zero? E se una o più imprese in un momento di crisi non sono più in grado di restituire, come si mantiene in piedi il sistema se non ha accumulato riserve sufficienti? Forse la risposta è culturale, figlia di una società nordeuropea culturalmente diversa dall'Italia latina in cui viviamo. Da noi esperienze simili si chiamano MAG (mutue auto gestione) o GAS (gruppi di acquisto solidale), sono dimensionalmente limitate e le condizioni proposte volontaristiche, difficilemente sostenibili come modello su larga scala. Però...esistono anche esperienze di nicchia, che fanno della banca uno "strumento al servizio", veicolando il rispamio di cittadini consapevoli ed informati verso attività imprenditoriali meritevoli, ma prive di accesso al credito. Ancora una volta sono idee di frontiera, goegraficamente parlando. Una di queste è Ethical Banking, il servizio di finanza reposabile della cassa rurale di Bolzano. Vale sempre la pena informarsi, equivale a regalarsi la possibilità di scegliere.
Fonte foto

giovedì, ottobre 23, 2008

Una Rete per l'eccelenza nazionale

Esistono dei giovani in Italia che non hanno smesso di credere alla potenza delle idee che nascono tra una birra e l'altra degli anni dell'università. Me ne ricordo tanti di progetti così - bizzarri, sconclusionati ma cosi importanti per "fare atterrare" quelle formule astratte e fumose dei libri che tutti siamo stati costretti a digerire... - progetti forti, progetti spesso abortiti prima ancora di uscire dal locale. Tra tanti, ce n'è uno che invece ha preso piede, poco a poco, grazie alla passione e alla dedizione di pochi giovani testardi, che non considerano poi cosi utopico poter cambiare l'Italia. E' cosi che è nata RENA - una rete per l'eccellenza nazionale - "spazio dove si incontrano, si conoscono, e sviluppano progetti comuni un giornalista del Financial Times, un neurologo, un imprenditore del settore delle telecomunicazioni, una sociologa dell’organizzazione, un architetto, un funzionario della Commissione europea, un pubblicitario, una ricercatrice sui temi dell’immigrazione, un assessore del Comune di Ancona, un tenente della Difesa, un progettista di impianti chimici, un docente di diritto urbanistico, e altre decine di italiani come loro".
Molti di loro li ho conosciuti tra i banchi dell'università. Le idee non sono solo bolle di speculazione astratta. A volte scoppiano e la contaminazione che ne deriva è tanto impercettibile quanto potente. Visti gli obiettivi che si propone, il miglior augurio che si può fare alla RENA è di riuscire a contaminare, in maniera irreversibile, il nostro paese.
Per saperne di più, visitate: RENA

martedì, ottobre 14, 2008

Le jour où le Mexique fut privé de tortillas...

Qualche tempo fa scriveva Anne Vigna, su Le Monde Diplomatique , che "entré en vigueur il y a quatorze ans, l'accord de libre-échange nord américain a eu des effets dévastateurs sur l'agriculture du Mexique. Les productions américaines (subventionnées) ont inondé ce pays et ruiné des millions de petits paysans". La prima volta che sono andata in Messico la stampa locale salutava con giubilo l'apertura totale del commercio con gli altri due giganti del NAFTA (USA e Canada) avvenuta nel gennaio del 2008, sostenendo che avrebbe permesso al Messico di aumentare ulteriormente la produzione di mais, grazie soprattutto alla domanda crescente per la produzione di etanolo. Cosi, mentre alla frontiera tra Messico e Stati Uniti si inaspriscono filo spinato e controlli, il commercio tra i due paesi non è mai stato così libero di circolare. O almeno sulla carta. Perchè gli steccati, anche quelli economici, sono duri a cadere del tutto, soprattutto quando c'è in gioco la difesa dell'interesse nazionale. Ed è così che la nazione che più di tutte ha incarnato l'ideale di libertà, si permette delle licenze proprio nei confronti dei propri produttori: nonostante il NAFTA, i sussidi al'agricoltura ammontano in Messico a 700 US$/produttore, ma negli Stati Uniti gli US$ sono 21.000. Cosi, mentre il potere giudiziario americano si prodigava per imporre una serie di embargo ai prodotti messicani in entrata, il Messico diventava dipendente dalla produzione di mais degli Stati Uniti , sovvenzionata e quindi paradossalmente meno costosa della produzione interna. Durante l'ultimo viaggio, solo pochi giorni fa, ho voluto quindi approfondire. Il mio unico interlocutore, per molti giorni, è stato un funzionario governativo, onesto ma per sua natura...diplomatico. Mi ha detto che si, potrebbe andare meglio, il campo messicano sta soffrendo di una crisi seria, prima di tutto perchè l'apertura del commercio con i vicini più a nord non è stata a suo tempo accompagnata da seri investimenti in formazione, miglioramento della produzione e certificazioni di qualità. Inoltre l'abbandono quasi totale dei sussidi non è stato a sua volta compensato da un accesso al credito per il settore agricolo, che si è trovato quindi solo e inevitabilmente impreparato di fronte all'apertura delle frontiere doganali. Ultimamente il governo messicano - o meglio, a discrezione, i singoli stati che compongono la federazione - ha cercato di ovviare alle debolezze dei propri produttori, inventando programmi pubblici a finanziamento del settore. Risorse comunque limitate, di difficile accesso, che sostituiscono un'attenta politica di promozione dell'efficienza con una toppa pubblica di stampo velatamente paternalista. Alcuni stati, più lungimiranti, si stanno ingegnando nella ricerca di più illuminate alternative, vedendo nelle cooperative di credito un possibile strumento di sviluppo dal basso, più efficace perchè alternativo allo Stato, più efficiente perchè basato su una logica di imprenditoriale reciprocità.
Intanto rifletto sull'ironia di una situazione in cui un kilo di mais riesce a passare la frontiera off limits di Sonora con molta più facilità - e comodità - di un qualsiasi cittadino messicano. Del resto, a cosa serve la liberalizzazione del commercio se poi non si traduce in un reale progresso di tutti gli Stati che vi partecipano? Per i motivi di cui sopra, e per alcuni altri, il NAFTA non si è tradotto per il Messico in uno strumento capace di creare posti di lavoro. Anzi, nel caso dell'agricoltura li ha addirittura distrutti e anche nel terziario, dopo l'entrata della Cina nel WTO, l'orizzonte non è roseo. Di cosa vivono dunque i Messicani? Paradossalmente, il bene d'esportazione più redditizio per il Messico è attualmente....l'uomo. Un terzo della popolazione messicana dipende dal sostegno finanziario dei parenti emigrati negli Stati Uniti, flussi di rimesse che nel 2006 hanno raggiunto i 23 miliardi di dollari. E' banale, ma finchè non si creeranno alternative credibili e durature in loco, gli Stati Uniti non potranno pensare di arginare il flusso di immigrazione clandestina che giornalmente mette alla prova le sue frontiere, e il Messico non potrà investire le risorse generate dall'immigrazione e dal commercio in azioni di sviluppo per la propria popolazione...
Gli ultimi giorni li abbiamo passati in una comunità indigena Tepehuana dello Stato di Durango, una delle tante rappresentanti dell'incredibile varietà etnica di questo meraviglioso, contraddittorio, ricchissimo paese. Niente energia elettrica, niente telefono, niente Internet, niente strade asfaltate. Soltanto distese interminabili di fiori rosa punteggiate di bambini e baracche. Un paradiso fatto però di povertà. La gente senza tutti questi "beni materiali" vive più serena? No, è semplicemente più fatalista. L'alcolismo è un problema ancora forte in queste comunità, così come l'analfabetismo e, negli ultimi anni, l'obesità. Rigoberta Menchù, pacifista guatemalteca, nobel per la pace, diceva: "c'è a chi tocca dare il proprio sangue e c'è a chi tocca dare le proprie forze; perciò, finchè possiamo, diamo forza". Il Messico è oggi considerata la 12° potenza economica al mondo, la 2° d'America Latina, uno dei maggiori produttori di petrolio, partner commerciale delle economie più avanzate. I suoi cittadini stanno già "dando forza", ma per almeno il 70% di loro sono briciole quelle che tornano indietro. Fino a quando immigrare sarà l'unica alternativa possibile, cosa può essergli chiesto di dare ancora?
Fonte foto: Messico, ottobre 2008 letiziajp ©

venerdì, ottobre 03, 2008

Caminante no hay camino...

Caminante, son tus huellas
el camino y nada más;
caminante, no hay camino,
se hace camino al andar.

Al andar se hace camino
y al volver la vista atrás
se ve la senda que nunca
se ha de volver a pisar.
Caminante, no hay camino
sino estelas en el mar…

Todo pasa y todo queda,
pero lo nuestro es pasar,
pasar haciendo caminos,
caminos sobre el mar.

Antonio Machado

lunedì, settembre 08, 2008

Il golfo dei poeti

"...veggo dall'alto fiammeggiar le stelle, cui di lontan fa specchio il mare...", cantava Leopardi perso nei versi della Ginestra. Parole dimenticate, che ho ritrovato incastonate in una lastra di marmo sulla parete di un sentiero a picco sul mare, a molti chilometri di distanza dalla terra natia del mio compaesano. Non ho ben capito cos'abbia a che vedere Leopardi con La Spezia, ma del resto, la location che ha voluto ricordare il poeta recanatese è più che azzeccata. Il Golfo dei Poeti, gomito di mare che si estende da Lerici a Portovenere - abbracciando tra due promontori spiagge, coste frastagliate, mare azzurro, antichi borghi e natura selvaggia - è stato amato e ricordato da poeti e scrittori come Shelley, Byron, Petrarca e Montale. E non faccio fatica a capire perchè. Quello di Portovenere è un mare che ispira, soprattutto se ci si arriva dall'alto, accompagnati da passi incerti, uliveti e natura aggrovigliata su 6 ore di sentiero a picco sul mare. La natura ha di stupefacente il fatto che ti permette di esserne parte e di osservare al tempo stesso, come dal di fuori, un didentro fatto di viottoli di terra battuta, barchette colorate, persone lontanissime, piccole e lente, che si muovono nei mercati come api assonnate, gente vip a bordo di barconi lussureggianti, che sfoggia un benessere sicuro ma mai sfacciato, protetto com'è dal contorno del mare. Portovenere è stato, da un certo punto di vista, un ritorno ad una realtà preconfezionata, dopo due giorni intensi passati a percorrere a piedi i cinque punti cardinali della bassa Liguria. Monterosso, Vernazza, Corniglia, Manarola e Riomaggiore, paesini con una manciata di case che abbracciano la parete di roccia a strapiombo sul mare, per gettarsi verso l'alto, sviluppando vicoli e vicoletti, insenature di pietra tra le case punteggiate di orti, ulivi, vigneti fitti e odore di pesce arrostito. Sarà stata la tranquillità del finire d'agosto, che ha rinfrescato le serate e riportato la gente del posto a riappropriarsi degli spazi invasi dai turisti d'alta stagione. Sarà stata la suggestione dei tramonti, dove dalla terrazza del nostro B&B guardavo ogni sera lo stupore di un sole sciogliersi nel mare, lasciando il posto a un fiammeggiar di stelle mai disturbato dall'inquinamento luminoso dei miei giorni cittadini. Sarà stato tutto quel cicaleccio d'anziani, che ogni sera trovava posto sulle panchine di pietra davanti al mare, discutendo animatamente in un dialetto incomprensibile e salutando con un gesto lento della mano ad ogni mio passaggio. Insomma, porto a casa la sensazione di un'Italia di cui andare orgogliosi. A metà strada tra il chianti e il sud della Francia, le cinque terre non sono il posto più economico dove passare le vacanze, ma sicuramente un rifugio ben protetto dove scappare in un week end fuori stagione, per riconciliarsi con il nostro paese. Cosi meschino a volte, cosi poco incline ad essere lodato dalla stampa internazionale, ma nonostante tutto ricco di tante piccole pietre preziose, che sta solo al nostro buon senso non vendere per pochi denari, ma salvaguardare. Per noi, per non perdere quegli angoli dove andare per riconciliarsi col mondo. Altrimenti il futuro è incerto, rischiamo di perdere delle radici che ci appartengono, per andare alla ricerca di un turismo preconfezionato. Di quelle partenze comode dove giri il mondo senza sapere dove sei stato, chiuso nel perimentro sicuro e circoscritto di un villaggio-vancaze. Il B&B che mi ha ospitato bisogna avere la pazienza di cercarselo su Internet e arrivarci a piedi da Manarola attraverso un sentiero di gradini che sale per circa mezz'ora negli uliveti. E' una faticaccia che si può evitare, il Comune ha messo a dispozione navette a basso impatto ambientale. Ma vi assicuro che la scarpinata vale la gentilezza della gente del posto, la terrazza luminosa a picco sul mare e una delle colazioni più dolci e più lente che riusciate ad immaginare. Eppure..chissà cos'ebbe il privilegio di vedere a Portovenere Lord Byron solo duecento anni fa..
Fonte foto: Cinque Terre, agosto 2008 letiziajp ©

mercoledì, agosto 20, 2008

La Montagna Sacra

"Se non sai renderti conto che dentro l'uomo c'è qualcosa che vuole accettare la sfida di questa montagna e che lo spinge ad affrontarla; che la lotta è la lotta stessa della vita per salire in alto, sempre più in alto, allora non sei in grado di comprendere perché noi andiamo a scalare. Ciò che riceviamo da questa avventura è gioia allo stato puro. E se tu poni la domanda, vuol dire che non puoi capire la risposta."

E' nato Kailash, un blog a me molto caro, che ha l'ambizione di ripercorrere con immagini e scrittura viaggi ai confini del mondo conosciuto, per permettere finalmente anche a chi è rimasto a casa, l'impagabile privilegio di assistere all'ascesa. Buon viaggio...

Fonte foto

giovedì, agosto 07, 2008

Posta celere

Tempo fa aspettavo un pacco. Mi avevano detto che me lo avrebbero mandato, un regalo, un paio di libri. Ma la certezza del suo arrivo non era tanto questa - poteva essere uno scherzo, una di quelle cose che si dicono tanto per dire..- quanto la telefonata di un corriere, che in un italiano strascicato aveva ripetuto più volte "come faccio ad arrivare a casa tua che nella carta non esiste?". Casa mia non esiste...me lo sono sentito ripetere più volte da altri postini come lui, troppo forestieri o forse solo troppo pigri per prendersi la briga di chiedere in giro. Come se per il solo fatto di abitare in piena campagna, in una stradina sterrata senza semafori e linee di demarcazione, sia una scusa sufficiente per spazzarmi via dall'elenco telefonico. Mi prese un'impazienza improvvisa quel giorno, un bisogno urgente di ricevere quel pacco che all'improvviso si materializzava nel mio immaginario come qualcosa di vivo e reale, in attesa di giungere finalmente a casa. Fu solo quando attaccai di malomodo la cornetta del telefono che mi resi conto di non aver dato al corriere nessuna indicazione, niente di niente, neanche il tempo di chiedergli dove recuperare il mio pacco se alla fine si fosse arreso di cercare in aperta campagna una casa senza campanello e senza nome. Panico. So di avere un dono in viaggio per me, dal contenuto imprecisato - libri? lettere? - e lo vedo allontanarsi poco a poco nella nebbia fitta delle missive perdute. Cosa succede quando un pacco non trova il suo destinatario? Torna indientro al mittente, continua a vagare per l'Italia, sballonzolato tra treni troppo lenti e mani appiccicose, finchè qualcuno non si stanca di timbrare e bollare e lui diventa improvvisamente.....orfano? Sono passati tre giorni da quella telefonata, tre interminabili giorni di trepida attesa, di sbirciate al portone, di orecchie tese, finchè non è arrivato stropicciato e lucido, oscillando come una foglia tra le mani scure di mio padre.E' stato proprio in quel momento, quando di colpo mi si è materializzato davanti, piccolo e malconcio, che mi sono resa conto che non era lui che aspettavo e forse neanche il suo contenuto. Quel pacco portava con sè l'aspettativa di un impercettibile cambiamento nello scorrere lento e regolare delle mie giornate. Alla fine non importava cosa avrei trovato dentro, passiamo la vita ad ordinare certezze come fili di panni, come filari di pini, perchè il solo fatto di tendere quei fili ci rende più sopportabile l'incertezza dell'orizzonte. E non ci rendiamo conto che l'unica cosa che ci mantiene vivi, giovani, forti, sono i piccoli eventi quotidiani che ci fanno deragliare dal binario preciso in cui abbiamo incamminato la nostra esistenza. Ecco perchè mi piaceva cosi tanto ricevere lettere. Trovarle infilate nella buca mi dava l'impressione che non tutto dipendeva da me, che non tutto era già scritto e deciso. Questo mi ha fatto venire in mente quel piccolo pacco ocra che ora ho davanti agli occhi, senza nessuna fretta di aprire.

venerdì, luglio 25, 2008

Gastroturbamenti

Secondo le ultime statistiche sono dodici milioni gli italiani affetti da gastrite. Quali sono le cause? Se si esclude la recentissima scoperta del minuscolo e insidiosissimo batterio dell' Helicobacter pyilori (ormai presente nella maggior parte dei casi), il resto dei motivi possono essere in larga parte ricondotti allo.....stress. Leggo: "Lo stress può provocare un’eccessiva secrezione di acidi da parte dello stomaco, e quindi anch'esso rientra tra le cause che provocano la gastrite". Mi ci vedo, proprio qui, ai confini di una eccessiva secrezione di acidi, colpevole di una settimana piegata in due a guardare il mondo da sotto in su. Mai succeso prima, forse non è neanche un caso che la botta sia arrivata allo scadere dei fatidici trenta, gli anni, si sa, chiedono sempre il conto per poter passare...Ho avuto tempo per riflettere in quella infernale settimana, mentre la mente vagava alla disperata ricerca di quel punto esatto un pò più in su dell'ombelico, alla ricerca dell'origine del dolore. Dicono che utilizziamo soltanto una piccola percentuale del nostro cervello, io ho provato - senza successo - di svegliare il restante 90% nella speranza che ricordasse come si fa ad annullare il dolore, semplicemente annullando il pensiero del dolore. In fondo è ironico, siamo esseri intelligenti ma di fronte a condizioni di eccessivo stress è sempre il nostro corpo, quasi mai la mente, a imporre un cambio di marcia. O di direzione.
Viviamo circondati di sostanze immateriali che ci sembrano fondamentali - questioni di lavoro, rapporti tra persone, legami di dipendenza - e non siamo capaci di un atto tanto banale come controllare il nostro dolore. Che esseri stupidi che siamo in fondo, nel senso etimologico del termine ereditato dal latino: stupidus, derivazione di stupere (stupire). Presi dunque dallo stupore, attoniti, sbalorditi da questo nostro motore interiore che ci fa affliggere per le cose più banali del mondo: il lavoro, la famiglia, le preoccupazioni quotidiane. Cose fondamentali per il nostro benessere e che per questo dovremmo prendere più alla leggera. Per viverle bene, fino in fondo, sapendo ridere di noi stessi per la natura stessa della nostra caducità. Non possiamo controllare il nostro corpo, come possiamo pensare di influire anche solo minimamente sul corso dell'esistenza (soprattutto quando include l'esistenza degli altri)? Un lungo respiro, due pasticche chimicissime e la gastrite è scomparsa, sono di nuovo in forma. Di lei è rimasta però l'ombra che lasciano le cose incompiute: la mia purificazione interiore inizia proprio là dove l'avevo lasciata. Da domani sono in ferie e mi aspetta un lungo, solitario, viaggio in treno. Con Ben Harper nelle orecchie, che ieri sera all'arena di Villafranca di Verona mi ha di nuovo regalato il momento magico vissuto due anni fa - non sospetta neanche, lui, quanto sia stato importate. Non si possono vivere gli stessi istanti due volte, ma le suggestioni che lasciano sono come scie di ricordi perduti. Quando li ritrovi è come ritrovare una parte di te che pensavi ormai estinta. Invece non si perde mai niente, è sempre tutto lì, dentro di noi. Se non ci facciamo inquinare dall'eccesso di succhi gastrici prodotti dal nostro cervello, ci ricorderemo che in fondo possiamo cambiare il mondo, soltanto con l'aiuto delle nostre due mani.

lunedì, luglio 21, 2008

Dice il mio oroscopo....

"la fantasia, che vi porta lontano da voi, quasi fuori dal corpo, non è fuga malinconica dal mondo, ma stile personalissimo di attraversarlo."

Posso tranquillizzarmi, almeno per il mese di agosto.,..

giovedì, luglio 17, 2008

Pasta, pizza e...?

"Capitale sociale, ambiente, qualità della vita, senso della bellezza, storia. Tutto questo compone una miscela di fattori materiali e immateriali in grado di creare un modello di sviluppo specifico, con una dimensione di ricchezza che non si limita alle cifre puramente economiche" (Paolo Bricco, Più qualità nella crescita", Sole24Ore 17/06/2008)

Per Emerte Realacci, recensito da Paolo Bricco, la qualità è un valore che le statistiche internazionali sottovalutano e che invece costituirebbe quel plus che ci permetterebbe di conquistare nuove fette di mercato, a discapito delle più pessimistiche previsioni di una crescita allo 0,4% e statistiche mondiali che ci vogliono impietosamente sempre tra gli ultimi della classe. Ma in fondo, basterà mettere un marchio Made In Italy - nuovo di zecca, luccicante e innovativo - appiccicato sopra la solita "pasta piazza e mandolino", per vederci di colpo schizzare in alto nelle classifiche che tengono conto della qualità? Ho come l'impressione che del marchio abbiamo già abusato, forse ci vuole una cultura diversa anche nel saper fare... e che questo non possa prescindere dall'innovazione, prima di tutto innovando nel modo in cui ci vedono gli altri, fuori da questo caro, vecchio, sclerotico stivale. Del resto conta molto "come ci vedono gli altri", molto di più di come siamo realmente. In fondo è proprio questo che voleva dire Realacci ma, volendo banalizzare, le conclusioni a cui arriva sono per certi versi italianissime: certo abbiamo i nostri limiti (il Sud?) ma per la maggior parte delle cose sono loro ad aver sbagliato indicatori, per questo dalle statistiche risultiamo appiattiti...manca la dimensione qualitative della nostra bravura! Invece io credo che al di là del contenuto (...senso della bellezza, storia...) è la forma in cui viene presentato a fare la differenza, almeno in un mondo che vive di "breve periodo". E ainoi, nonostante il nostro didentro amalgami egregiamente le vicissitudini più o meno gloriose di grandi uomini, riusciamo sempre a presentarci all'esterno con un certo fragoroso baccano. Forse è quel nostro assiduo gesticolare che alla lunga ci frega, gli altri restano a guardarci a bocca aperta, ma non sai mai fino in fondo quanto riescano a capire....

mercoledì, luglio 16, 2008

Piccoli campioni d'Europa

Da Bruxelles arriva un importante riconoscimento del ruolo attivo delle banche di credito cooperativo nel favorire l'inclusione finanziaria in Europa, grazie alla solida relazione con i loro soci, clienti e comunità locali. Questa certezza è uno dei segnali più significativi emersi dal rapporto finale della Commissione Europea sulla “fornitura di servizi finanziari e prevenzione dell’esclusione finanziaria” presentato a maggio a Bruxelles. Nel rapporto le banche di credito cooperativo sono definite “organizzazioni commerciali con orientamento sociale”. In effetti, la struttura societaria delle banche di credito cooperativo definisce una mission orientata alla massimizzazione del valore per i propri soci, con numerosi esempi di iniziative attivate per contrastare l’esclusione sociale: dallo sviluppo di nuovi prodotti e servizi alla creazione di partnership per diffondere l’educazione finanziaria tra i soci. Inoltre, grazie all’appartenenza alla solida struttura a network decentralizzata, le banche di credito cooperativo riescono ad offrire servizi anche nelle aree più remote, permettendo una copertura bancaria estesa a tutti, anche al di fuori delle zone urbane. A livello Europeo le banche di credito cooperativo sono rappresentante dall’EACB (European Association of Co-operative banks). Fondata nel 1970, l’organizzazione promuove la cooperazione tra i soci e rappresenta il settore sia di fronte alle Istituzioni Comunitarie che presso la Banca Centrale Europea. Le banche di credito cooperativo a livello europeo rappresentano 47 milioni di soci, danno lavoro a 730.000 persone e hanno in media una quota di mercato del 20%.
La presa di coscienza della Commissione Europea è tanto più significativa se si considera che il modello della cooperazione di credito è stato a lungo assente dalla letteratura scientifica in materia: soltanto l'1% della ricerca economica in Europa è dedicata alle banche cooperative, nonostante rivestano un ruolo chiave nei sistemi bancari e finanziari europei.
Al proposito, la EACB ha recentemente creato un think thank europeo sul credito cooperativo, con sede a Bruxelles, che avrà lo scopo di raccogliere il materiale esistente sul tema e distribuirlo al più vasto pubblico. Nel medio periodo, l'obiettivo sarà anche quello di produrre nuove ricerche che vadano a colmare le lacune oggi esistenti e forniscano degli input rigorosi alle Istituzioni Europee e alle Organizzazioni Internazionali in sede di produzione normativa.

lunedì, luglio 14, 2008

Violazione dell'integrità, l'amore

Ho cercato a lungo una definizione consona, tra le pieghe dei pensieri altrui, le parole di qualche canzone illuminata, la penna audace di un temerario scrittore. E poi, rileggendo un po' stranita un po' nauseata le frasi sottolineate a matita nei libri della mia adolescenza, mi sono arresa all'idea che una definizione non esista se non nel momento storico in cui la vivi, una storia d'amore.
Poi l'altro giorno, nei miei ormai routinari passaggi Brescia-Milano e viceversa, mi sono imbattuta in una copia di un giornale già letto, abbandonata tra i sedili di un vuotissimo Eurostar. L'ho sfogliata lentamente, più per noia che per reale vivacità letteraria e mi sono imbattuta in qualcosa di illuminante, una di quelle cose che prima di averle incontrate non c'erano in te e quindi, in fondo, porti a casa qualcosa di nuovo.
Era Umberto Galimberti, che rispondeva al solito lettore avanguardista, che disilluso e civilizzato diceva di non credere più alla sostanza spirituale di "innamoramento, amore, matrimonio e le varie forme di consolidamento dei rapporti di coppia". E Galimberti, con poche righe audaci, sentite cosa gli risponde: " Una sorta di rottura da sé perché l'altro lo attraversi. Questo è l'amore. Non una ricerca di sé ma dell'altro, che sia in grado, naturalmente a nostro rischio, di spezzare la nostra autonomia, di alterare la nostra identità, squilibrandola nelle sue difese. L'altro infatti, se non passa vicino a me come noi passiamo vicino ai muri,mi altera. e senza questa alterazione che mi spezza, mi incrina, mi espone, come posso essere attraversato dall'altro, che è poi il solo che possa consentirmi di essere, oltre a me stesso, altro da me? L'amore non è la ricerca della propria segreta soggettività, che non si riesce a reperire nel vivere sociale. Amore è piuttosto l'espropriazione della soggettività...per questo amore non è una cosa tranquilla, non è delicatezza, confidenza, conforto. Amore non è comprensione, condivisione, gentilezza, rispetto, passione che tocca l'anima o che contamina i corpi. Amore non è silenzio, domanda, risposta, suggello di fede eterna, lacerazione di intenzioni un tempo congiunte, tradimento di promesse mancate, naufragio di sogni svelati. Amore è violazione dell'integrità degli individui. La sola cosa capace di aprirci all'altro."

lunedì, giugno 23, 2008

Un racconto detto da un idiota, la vita...

All'inizio sembra Dilsey - la governante nera dei Compson, sudisti, in un'America dove ha ancora senso la distinzione tra nord e sud - sembra lei il punto di riferimento di questa famiglia perduta, il filo spesso che tesse tutte le loro storie (dei figli, dei padri) cercando di tenerle unite. Sembra lei, la roccia che non crolla. L'unica che salvando se stessa salva la speranza che nella vita esista ancora un senso. Ma proprio alla fine Dilsey dimentica, sceglie di dimenticare, negando di riconoscere tra le pieghe di una fotografia sgualcita, lo sguardo bellissimo e dannato della sua Caddy. Solo in quel momento l'ultima trama che teneva unita la famiglia Compson si spezza, solo allora Caddy è perduta per sempre.
Mi sono chiesta, allora non c'è salvezza? Anche Faulkner - come il dannato Macbeth shakespeariano citato nel titolo - crede davvero che la vita sia un racconto di un idiota "pieno di urlo e furore, che non significa nulla"? E invece no, esiste un punto di equilibrio, il meno evidente, il meno salvifico: è Benji, l'idiota, il figlio sordomuto, vergogna e pentimento della madre ipocondriaca dei Compson. E' lui l'acqua che redime, lui con il suo ossessivo mugolio, lui che non ha coscienza di esistere eppure trova la felicità in piccolissime certezze: la fiamma del fuoco, lo stelo di un fiore, il campo venduto per Harvard e Quentin, tutto ciò che è rotondo, la ciabatta consunta che odora di Caddy. Lui che non vive eppure è il più vivo di tutti, l'unico in grado di sopravvivere alla perdizione perché non sa di essere, in quel suo tempo che è solo lunghissimo presente. Benji racchiude il dramma di una famiglia americana di inizio '900, che come tutte le famiglie ai margini di quel terribile 1929, perse molto più che benessere economico: la fine del sogno americano del "tutto possibile", l'incredulo stupore di un impensabile fallimento.
Quindi l'Uomo, in Faulkner, si salva o si perde? In fondo l'autore stesso uscirà dalla vita distrutto dall'alcool, in cura da uno psichiatra, in preda ad attacchi di amnesia. Il messaggio è ambiguo ma forse....L'Urlo e il Furore è un libro complesso, sinfonico più che narrato, nell'intreccio musicale di quei flussi di coscienza ripresi dall'amico Joyce. Un libro che parla prima di tutto del suo autore, un uomo che come tanti ha avuto in dono una capacità durissima: la dannazione di chiedersi sempre il perché delle cose e saper leggere nell'esistenza tutte le risposte - perché se non per questo finiscono tutti cosi, schiacciati da se stessi?.
Se Faulkner, che ha dedicato tutta la sua vita a ricercare il senso della vita, riesce ad affermare che "lo scrittore deve avere fede nel destino dell'umanità", deve aver trovato, nella sua ricerca, le giuste risposte. In fondo, della vita è proprio questo che conta: fino in fondo, averla vissuta.

giovedì, giugno 19, 2008

La vetta vista da qui

La salita del Denali parte da Talkeetna, cui si arriva in macchina da Anchorage. Qui sulle targhe delle auto c’e’ scritto: Alaska –The Last Frontier- ed e’ proprio questa l’impressione che si ha giunti a Talkeetna. I tre giorni che servono per arrivare al campo 3, ci fanno capire subito che tipo di esperienza abbiamo iniziato, che tipo di viaggio, anche mentale, ci troveremo ad affrontare per i prossimo 14 giorni. Tirare con gli sci una slitta pesantissima su sterminate distese di ghiaccio, per poi arrivare, dopo 4 o 5 ore, in prossimita’ della zona dove scavare una buca nella neve, per piantare la tenda protetta dal vento gelido della notte artica, e poi iniziare a sciogliere neve per procurarsi acqua da bere e per cucinare, ti fa capire subito quanto si e’ lontano dalle abitudini di casa, dove basta aprire un rubinetto per avere tutta l’acqua che si vuole, calda e fredda. I 4.400 m del campo 4, sono il punto in cui ci si ferma piu’ a lungo, tanto che ad un certo punto, questo luogo sembra trasformarsi nella nostra “casa”, soprattutto se, come nel nostro caso, il brutto tempo e la neve costringono a passare fermi in questo punto cinque giorni in attesa che il tempo migliori. Con il passare dei giorni si inizia a fare amicizia con le altre persone che, come noi, sono ferme qui in attesa di un miglioramento del tempo, persone che hanno condiviso con noi questa prima parte del percorso, e che condividono con noi il sogno di raggiungere la vetta. Ognuno segue la propria strada, la propria strategia di salita, ma per tutti l’incognita principale e’ il tempo, cosi’, quando ci si incontra nel campo, l’argomento di discussione è sempre lo stesso: quando migliorerà il tempo? C’e’ chi, in contatto satellitare con chissa’ chi, si fa mandare previsioni meteorologiche che immancabilmente vengono smentite, c’è chi si affida a strane conoscenze scientifiche acquisite sui libri, ma l’unica cosa certa e’ che in questo posto, prevedere il tempo che fara’ e’ impossibile. L’unico modo e’ alzarsi la mattina, uscire con la testa dalla tenda e sperare che se il tempo e’ bello rimanga tale, se invece e’ brutto migliori, permettendoti di fare quello per cui sei venuto fino a qui. Dopo 5 giorni di attesa, decidiamo che è venuto il nostro momento. I giorni a nostra disposizione stavano per finire, ma soprattutto lo stare fermi, l’impossibilità di agire e la vita entro le ridotte dimensioni di una tenda di 3 m X 2 m, stavano pesando piu’ che sul nostro fisico, sulla nostra mente. possiamo affrontare la lunga cresta di roccia e neve che porta al campo 5 (High Camp), posto proprio sotto la cima del Denali, a 5.300 m. Montata la tenda il tempo sembra migliorare, e progressivamente questo posto, da cupo e tetro come appare avvolto dalle nuvole, si rivela come una sorta di paradiso, quando le nuvole rimangono sotto di te a formare un tappeto soffice, e lo sguardo puo’ perdersi nell’orizzonte infinito che l’alta quota puo’ permetterti di ammirare. A questa altezza il respiro rimane sempre affannoso, ed ogni movimento deve essere lento e ragionato. Se provi anche solo un attimo a mantenere il ritmo frenetico che si ha a casa, la testa inizia a pulsare, riportandoti ad una lentezza che ti permette di contemplare la magnificenza di quanto ti sta attorno. Visto l’accenno di miglioramento del tempo, decidiamo che domani sara’ il nostro giorno per tentare di raggiungere la vetta, avremo solo quello a disposizione, e cercheremo di fare di tutto per vincere la nostra sfida. La notte al campo alto trascorre lenta, si dorme poco (un po’ per la quota ed un po’ perche’ a queste latitudini, in questo periodo, il sole non tramonta mai) e fa molto freddo, e quando decidiamo che e’ ora di fare colazione e poi partire, ci accorgiamo che l’interno della tenda e’ completamente rivestito di ghiaccio, come ghiaccio si e’ formato sulla parte esterna dei nostri sacchi a pelo. Usciti dalla tenda ci accorgiamo subito che la giornata non e’ delle migliori. Alcune nuvole si stanno addensando sulla cima, ed il vento inizia a rinforzare. quando sbuchiamo in prossimita’ del Denali Pass a 5.700 m, il vento e’ talmente forte che quasi non ci permette di rimanere in piedi, e si porta appresso anche un gelo che ti entra subito nelle ossa. Cerchiamo di procedere per vedere se la situazione accenna a migliorare, ma oltre al vento ed al freddo, dalle nuvole che progressivamente ci hanno circondato, inizia a nevicare. A questo punto basta uno sguardo tra di noi per prendere la decisione che non avremmo mai voluto prendere…: si torna indietro, il nostro tentativo di salire ai 6.194 m della vetta del Denali, si ferma a circa 5.700 m, ad un soffio dalla vetta. Mentre torniamo verso il campo alto, le condizioni peggiorano ulteriormente, la nevicata si fa piu’ intensa, e questo in parte ci rincuora sul fatto che la decisione presa sia stata qualla giusta. Questa volta ha vinto la Montagna, che si e’ presa anche la liberta’ di beffarci, dandoci, il giorno dopo la nostra partenza una giornata splendida di sole, senza vento ed ideale per salire sulla vetta, come poche se ne vedono da queste parti…...ma noi, ormai, stavamo gia scendendo, un po’ abbattuti, ma in fondo consapevoli di aver fatto una, per noi, grandissima esperienza, dove siamo usciti solo in parte sconfitti da una Montagna che si e’ rivelata essere al tempo stesso immensa e splendida, ma anche in certi casi terribile e temibile. Noi siamo in ogni caso orgogliosi di quanto abbiamo fatto, e se non possiamo certo consigliare questo tipo di viaggio ad altri, quello che possiamo proporre e’ di cercare dentro se stessi la propria “Last Frontier” come abbiamo fatto noi, e di impegnarsi per raggiungerla, per quanto possibile ed indipendentemente dalla componente avventurosa o estrema che questa richieda. Spesso è più vicino e raggiungibile di quanto immaginiamo.

Foto e testo: Ivan & Gigi - Denali National Park, maggio-giugno 2008 ©

martedì, maggio 27, 2008

Capitale giovane under 35

E' uscito il rapporto del Cerved sull' imprenditoria giovanile nell'industria. Non ho ben capito se si tratti di dati incoraggianti, ma una cosa pare tuttavia certa: nel sottobosco mediatico dei bamboccioni, raccomandati, sbandati e figli-di-papà emerge chiaro il segno di un'Italia under 35 che si vuole combattiva, pronta a lanciarsi - con più successo di quanto si pensi - nei mari gonfi dell'economia mondiale. Si sente molto - troppo - parlare di un PIL in frenata, di competizione cinese e smarrimento imprenditoriale. Ma di fatto poco o nulla si dice in Italia delle imprese create dai giovani. Eppure ci sono, sono in crescita costante, nel segno del made-in-Italy ma non solo: sono sempre di più i giovani imprenditori stranieri residenti nel nostro paese. Il Cerved in questo senso viene a colmare una lacuna, mostrando il lato buono del vecchio stivale. Quello che si rifiuta di pensare che un piccolo PIL equivalga solo ad enormi preoccupazioni. Quello che ci spinge ad abbassare lo sguardo, a guardare la realtà da vicino e convincerci che ovunque si lasci spazio a creatività e fiducia ci sono possibilità di crescita e futuro. Anche su barchette modeste, ma dall'alto potenziale di navigazione in alto mare. Lo dimostrano i dati, anche al Sud, dove nascono cronicamente poche imprese ma tra queste vi è un contributo dei giovani maggiore che nel resto d'Italia. E allora perché non accompagnarli questi giovani? Invece che con spintarelle e balzani sgravi fiscali basterebbero passetti semplici, quasi ovvi. Tipo maggiore accesso al credito, che permetta non solo un efficace start-up - sarebbe già molto...- ma anche un potenziamento del capitale quando arriva il momento di fare il salto, di dimensione e di qualità. Tipo l'offerta di strumenti effettivi che spingano ad investire nelle aziende più virtuose, non solo da parte delle banche (venture capital, business angels...già il fatto che siano in inglese disincentiva a partecipare?) . Sembra che le banche italiane in quanto a innovazione nel settore rimangano stitiche, ancora poco propense a credere nei giovani e nelle buone idee. Avessero avuto la stessa prudenza nell'avvicinarsi - e far avvicinare ...- ai fatidici strumenti di finanza creativa, pane quotidiano dei nostri giorni....ma questa è un'altra storia. O no?

Per approfondire: Cerved BI e Sole 24 Ore
Fonte immagine

venerdì, maggio 23, 2008

Il cuore sul Denali

In passato hanno compiuto imprese scalando varie vette in tutto il mondo: Imsa Tse (Nepal) - 6.189 m, Elibrus (Caucaso Russo) - 5.642 m, Licancabur (Cile/Bolivia) - 5.920 m, Aconcagua (Argentina) - 6.961 m, Kilimangiaro (Tanzania) - 5.895 m.
Quest'anno hanno scelto il Mount McKinley in Alaska, conosciuto anche come Monte Denali alto 6.194 m. Il McKinley è la montagna più alta di tutto il continente nordamericano e, vista la vicinanza con il Polo Nord, è anche uno di luoghi più freddi al mondo, spazzata da venti gelidi che portano la temperatura anche a 35 gradi sotto zero. La fase di acclimatamento prevede numerose salite e ridiscese ai campi alti che si trovano a 5.200 metri. Da lì partiranno, l'ultimo giorno, per la vetta. La discesa sarà affrontata con gli sci. Questo permetterà loro di ridurre i tempi del ritorno alla base della montagna. Tutta l'impresa verrà affrontata in totale autonomia senza l'aiuto di guide o portatori nel pieno rispetto dell'ambiente.
A qualcuno potrà venire in mente chi sono questi pazzi e chi glielo fa fare di passare tre settimane delle loro ferie in uno dei posti più impervi del mondo....io mi sono fatta l'idea che non ci vuole coraggio ma un'immensa passione e che quando guarderanno giù, dopo aver patito e faticato per raggiungere l'ennesimo tetto del mondo, il loro sguardo si poserà lontano e il loro Io per un lunghissimo minuto si sentirà una piccola parte del tutto. E saranno forti e vivi, come non mai.
Potrei invidiarli, ma non lo faccio, perchè quella sensazione che non ho vissuto mi accompagnerà per i prossimi venti giorni, quando anche il mio cuore sarà lassù, con Ivan, sulla cima del Denali.

martedì, maggio 13, 2008

Honduras: ogni tanto se ne sente parlare...

"Chissà come si può fare per accendere un po’ di luce sulla lotta della magistratura dell’Honduras, da 35 giorni in sciopero della fame contro la corruzione nel paese centroamericano. Un paese periferico, completamente fuori dall’interesse dei media, lottando contro un fenomeno considerato normale, ineluttabile, al quale è meglio adeguarsi, "ma tu non tieni famiglia?"
Più di un mese fa hanno cominciato quattro giovani magistrati nel Palazzo legislativo di Tegucigalpa. Oggi hanno l’appoggio di migliaia di persone. Hanno chiesto che il procuratore generale, Leónidas Rosa, e il suo vice, Omar Cerna, fossero rimossi dal loro incarico. Sono i vertici di un potere giudiziario tutt’altro che indipendente e profondamente compenetrato con gli altri poteri, quello legislativo, quello esecutivo e con l’immanente potere economico, quello dei soldi, quello reale che non ha nulla a che vedere con la democrazia. Quei quattro giovani lottavano da anni per capire come si potesse fare giustizia se i vertici della giustizia erano conniventi con il crimine. Finiti tutti i sistemi legali, sentendosi pressocché sconfitti, restava la lotta, ma quella testimoniale dello sciopero della fame, l’ultima risorsa di chi ha capito che nessuno, neanche l’opinione pubblica in quel momento, vuole ascoltare..." (Gennaro Carotenuto, Gli straordinari giovani giudici dell'Honduras) Continua su Giornalismo Partecipativo

Segnalato da: Francesco

giovedì, maggio 08, 2008

Durango: cinema western e revoluciòn

Durango, capitale dell’omonimo stato a nord della Federazione Messicana, è una cittá pulita ed efficiente, lastricata di grandi opere e ambiziosi progetti, che il governo locale ci ha mostrato con orgoglio ripercorrendo con suoni, sapori e suggestioni, il passato glorioso del cinema western e della revolución. Proprio qui, piú di cento anni fa, venne alla luce Doroteo Arango Arambula, un semplice peon, figlio di braccianti da generazioni a servizio dei padroni. Un uomo umile, un analfabeta, che pure ebbe l’intuizione di stringere nelle sue mani le sorti della storia nazionale.
Era il 1910 e dalla sierra di Durango, Doroteo abbandonava per sempre la vecchia pelle, per diventare Pancho Villa, uno dei padri della rivoluzione messicana. L’uomo che insieme ad Emiliano Zapata, fu temuto dai governi non per la sua stazza o per la sua veloce carabina, ma per ciò che rappresentava: i rancheros, i peones, tutti i diseredati del Messico che con lui tornavano a credere in una ribellione possibile. Molte altre lotte sono passate da allora, mentre il Messico si guadagnava poco a poco uno dei posti d’onore tra i moderni paesi emergenti. Con un ritmo di crescita costante, un tasso di inflazione contenuto, accordi commerciali privilegiati e le immense risorse che riceve dai suoi emigrati, il paese oggi può giocare un ruolo di primo piano sulla scena internazionale. Eppure non tutti i nodi sono stati risolti, permangono ancora contraddizioni, discriminazini, forti ingiustizie sociali. La ricchezza, la forza produttiva ed il potere, continuano ad essere questione di pochi, grandi, padroni e anche qui, in questa terra feconda di petrolio, fagioli e mais, la grande finanza passa al di sopra delle teste della maggior parte della popolazione. Certo, le PMI messicane oggi corrono sull’onda di una congiuntura economica favorevole, ma senza possibilitá di accesso ad un credito onesto e lungimirante, sanno di non poter guardare con fiducia al futuro. Resta in sottofondo una sfumatura di diffidenza, la sensazione che finora lo Stato é stato molto presente, paradossalmente troppo presente, accompagnando con sussidi e donazioni i produttori e le casse rurali, distribuendo con mano generosa gli effimeri frutti del petrolio nazionale. Cosa succederá quando tanta abbondanza avrá fine? I campesinos e i rappresentanti indigeni che abbiamo incontrato non sembrano avere una risposta, concentrano in un sentimento di precarietá e dipendenza le loro reticenze, i loro timori. Eppure, mi chiedo cosa abbia spinto Pancho Villa - un contadino, uno che in fondo era nato nessuno - a lanciarsi nell’impresa di cambiare secoli di stratificazione sociale. Lo hanno descritto come un rivoluzionario con una mentalità da rapinatore di banche, un uomo che non sapeva leggere ma fondò 50 scuole, un violento, un bandolero. Ma in fondo, prima di tutto, Pancho Villa è leggenda, il mito in carne ed ossa di una utopia realizzabile. Nonostante le distese lunari dell’altipiano della sua Durango fossero possenti, giganti, immense, deve aver pensato che anche per uno piccolo come lui ci fosse possibilitá di riscatto. E che per farlo non fosse necessario un esercito, onorificenze o ricchi capitali, ma potessero bastare volontá e coraggio. O il bisogno urgente ed autentico di spingersi oltre le proprie paure.

Foto: Durango, Messico - 3-11 maggio 2008 letiziajp ©

lunedì, aprile 28, 2008

Problemi generici, Soluzioni personalizzate...


Foto: Mercato, Santiago del Estero - Argentina 2008, letiziajp ©

mercoledì, aprile 23, 2008

Appuntamento a Trento

...dal 29 maggio al 2 giugno per la terza attesissima edizione del Festival dell'Economia. Leitmotiv di quest'anno "Mercato e Democrazia", declinato in molte salse, tutte decisamente commestibili anche per i non addetti ai lavori. Tutto il Programma cliccando qui.


Al lato, oltre alle numerose manifestazioni enogastronomicheculturalsociali, anche un concorso fotografico promosso da LaVoce.info, dal titolo Low Cost - organizzarsi una vita a basso costo. Direi che ognuno di noi può tirar fuori dal cassetto lo scatto giusto per partecipare...

martedì, aprile 22, 2008

Credito vuol dire fiducia?

"Presto dinero a bajos intereses. Pase Usted"
Ovvero, l'insegna pubblicitaria che più spesso mi è capitato di incontrare viaggiando in lungo e in largo per l'America Latina. Passate pure, offro prestiti a interessi bassissimi, seguite la freccia senza timore. E la freccia porta un po' dappertutto, dal garage di pezzi di seconda mano, al supermercato-farmacia, al tinello di casa di qualsiasi persona che una mattina si sveglia con l'ispirazione da bancario. Niente di formale insomma, ma che c'è di male quando nel nostro stesso paese formalità fa rima con elefantiaca burocrazia? Non ci scandalizziamo, la maggior parte delle volte la freccia l'abbiamo seguita con sincera curiosità. Il problema viene dopo, quando si inizia a discutere il significato (personalissimo) di cosa voglia dire "al più basso interesse".
Perché in America latina i tassi di interesse sui prestiti, siano essi applicati da istituti formali o da baracchine improvvisate, sono sempre altissimi, e non solo per i nostri schizzinosi standard occidentali. Bassi perché espressi in termini mensuali ma quando dei mesi si fa la dodicesima somma, l'interesse raggiunge e spesso supera il 100% del prestato. Nell'Italia contadina delle casse rurali, già cento anni fa questo tipo di pratiche le chiamavano "usura" (Ma in fondo pensando al credito al consumo, non serve andare tanto lontano...).
E allora spesso ci è capitato di ripercorrere la freccia al contrario, riportando in strada i buoni propositi e qualche arrabbiata riflessione. Riflessione sul fatto che la parola credito deriva dal latino credere (creditum) ossia "ciò che è stato affidato sulla fiducia". Fiducia. Data e riposta, a volte anche in assenza di garanzie reali, sulla base della conoscenza reciproca, del reciproco rispetto. Oggi però nel mondo sta succedendo qualcosa di bizzarro: la finanza internazionale prende il largo e nel trasporto dell'euforia generale inizia a credere nel denaro facile - la facilità banale dello speculare su ciò che non esiste. E quando il castello crolla, da tanto si passa al niente. E credito nell'era dei subprime diventa piuttosto sinonimo di rischio: da controllare, razionare, regolamentare.
Ecco che la regolamentazione internazionale in materia su questo si fa - giustamente? - rigorosa. Va bene per le grandi banche, ma il discorso di complica per quelle piccole, quelle legate al territorio e a della gente onesta, lavoratrice, che magari non ha garanzie reali e patrimonio da mettere in gioco - e quindi è considerata rischiosa, non finanziabile - ma è gente di cui dicono che ci si può fidare. Lo dimostrano i dati: il tasso di sofferenza delle istituzioni di credito popolare (microfinanziarie, casse rurali ecc..) in America Latina è in media del 2%. Basso. I poveri restituiscono. Ma il prestito deve essere onesto, deve avere un prezzo equo, non certo quello proposto dai signori del cartello esposto sopra. Tutti, ma davvero tutti, almeno una volta nella vita possiamo aver bisogno di un prestito, per realizzare i nostri progetti. Ma solo una piccola parte dei tutti, ancora oggi, ha accesso a un credito onesto. Il bisogno rimane, se un povero è scartato da una banca perché rischioso troverà qualcun altro disposto a finanziare, a qualunque prezzo. Mettiamo da parte i pregiudizi: oggi nel mondo l'accesso al credito è ancora un diritto disatteso, ancora un elemento di priorità. Anche da questo dipende uno sviluppo sostenibile. Non solo degli altri, sto parlando anche del nostro paese. Pensate tra qualche anno a che panorama, se di fianco a casa vostra iniziassero a spuntare insegne pubblicitarie cosi...

Foto: Puno, Perù, febbraio 2008 letiziajp ©

lunedì, aprile 07, 2008

Andare a zigzag non è vero che allunga, a volte aiuta ad arrivare lontano


Foto: Picco dei Tre Signori, 05/04/2008

venerdì, aprile 04, 2008

Un fiore per Moki


Si chiama anche "non ti scordar di me", ma mia nonna diceva che erano "gli occhi di Maria" e se cercavi di toccarli con troppo trasporto, la corolla blu volava via e si trasformava in tante piccole lacrime. Mia nonna mi diceva di non coglierli mai, di limitarmi a guardare, e allora tutti quei piccoli occhi sgranati si sarebbero tramutati in un unico grande sorriso.
Oggi lo regalo alla Moki, insieme al mio abbraccio.

mercoledì, aprile 02, 2008

Il bisogno di chiamarsi e basta

E' in questo silenzio dei circuiti che ti sto parlando. So bene che, quando finalmente le nostre voci riusciranno ad incontrarsi sul filo, ci diremo delle frasi generiche e monche; non è per dirti qualcosa che ti sto chiamando, nè perchè creda che tu abbia da dirmi qualcosa.
Ci telefoniamo perchè solo nel chiamarci a lunga distanza, in questo cercarci a tentoni attraverso cavi di rame sepolti, relais ingarbugliati, vorticare di spazzole di selettori intasati, in questo scandagliare il silenzio e attendere il ritorno di un' eco, si perpetua il primo richiamo della lontananza, il grido di quando la prima grande crepa della deriva dei continenti s'è aperta sotto i piedi d'una coppia di esseri umani e gli abissi dell'oceano si sono spalancati a separarli mentre l'uno su una riva e l'altra sull'altra trascinati precipitosamente lontano cercavano col loro grido di tendere un ponte sonoro che ancora li tenesse insieme e che si faceva sempre più flebile finchè il rombo delle onde non lo travolgeva senza speranza.
Da allora la distanza è l'ordito che regge la trama d'ogni storia d'amore come d'ogni rapporto tra viventi, la distanza che gli uccelli cercano di colmare lanciando nell'aria del mattino le arcate sottili dei loro gorgheggi, così come noi lanciando nelle nervature della terra sventagliate d'impulsi elettrici traducibili in comandi per i sistemi a relais: solo modo che resta agli esseri umani di sapere che si stanno chiamando per il bisogno di chiamarsi e basta.

Italo Calvino "Prima che tu dica pronto"

giovedì, marzo 27, 2008

Lago Titicaca e dintorni...

Mi chiedevo perchè fossi sparita per cosi tanto tempo - che silenzio! - dal mio spazio virtuale. Poi le pile di scartoffie sopra la mia scrivania mi hanno risucchiato nel torpore burocratico dei classici giorni d'ufficio. Mi sorprendo a pensare che ogni viaggio che faccio è pura energia, che viene inevitabilmente bruciata ad ogni mio ritorno, nel tentativo di assorbire lo shock culturale della me vagabonda alle prese con la me da scrivania...
Sono appena (due settimane ad essere sinceri) tornata da una nuova entusiasmante trasferta in America Latina, che finalmente mi ha portato ad esplorare posti mai visti, dall'atmosfera surreale e leggera, come quella che si respira al confine tra Bolivia e Perù, nelle acque fluide e l'aria rarefatta dei 4000 metri del lago più alto del mondo: il Titicaca.
Tra le isolette di giunchi galleggianti del mitico lago vivono ancora i discendenti di un mondo preincaico quasi dimenticato, che cercano di trovare un equilibrio - alquanto precario - tra le loro antichissime tradizioni e l'inarrestabile invasione dei turisti di turno. Il risultato è bizzarro, forse eccessivamente colorato, plasticato, inevitabilmente artificiale. Ma in fondo va bene cosi, la cultura si preserva anche nell'incontro con l'altro, soprattutto se questi altri sono turisti curiosi ma responsabili, consapevoli che il viaggio in un'altra terra - terra di altri - non andrebbe mai confuso con una gita allo zoo comunale.
La guida in barca ci ha raccontato che la storia dell’antico regno incaico tramanda la tradizione di un’organizzazione comunitaria vagamente familiare. A seconda dei livelli – statale, comunale e familiare – gli inca dividevano il popolo in MITA, MINKA, AYNI, forme di lavoro comunitario che portava la gente a mettere a disposizione la propria forza lavoro, a seconda dei casi per costruire ponti, palazzi lussuosi del sovrano o aiutare i vicini e i parenti nella raccolta stagionale del mais.
Erano gli albori dell’organizzazione cooperativa andina.
Dal 900 d.c. ad oggi il movimento cooperativo peruviano ne ha fatta di strada , affrontando sconfitte e offrendo risposte ai grandi problemi locali: esclusione economica, povertá, ingiustizia sociale. E' bello sentire di far parte anche di questo mondo...
Il trasferimento da Lima a Buenos Aires è stato veloce e umido, giusto il tempo di infilarmi nelle ultime pagine di in un libro da consigliare: Travesuras de la niňa mala, Mario Varga Llosa.

Foto: letiziajp ©

Lo spirito di Mondragon

All’inizio degli anni 50 nasceva a Mondragon (Arrasate in basco), nella regione basca, nel momento più oscuro della Spagna franchista, il seme di un’iniziativa cooperativa destinata a fare storia. Poco conosciuto in Italia - dove esistono rarissimi casi di pubblicazioni in materia – l’esperienza del Gruppo Cooperativo Mondragon affonda le sue radici in un contesto storico duro e difficile, caratterizzato da scontri latenti, precarietà sociale, fame e povertà. Paradossalmente, come tante volte è capitato agli impulsi cooperativi di tante parti del mondo, è proprio dalle difficoltà che scaturirà la forza per reagire, la voglia di unirsi attorno ad un centro comune, per allontanare la tristezza e la rassegnazione che la guerra civile aveva lasciato nelle anime di tanti giovani del tempo...

Continua su Popolis

lunedì, febbraio 11, 2008

Se potessi avere 1000 lire al...

Prendiamo due persone, una con dei soldi da parte, l'altra con un'idea da farsi finanziare. I libri di tecnica bancaria ci insegnano che tra quelle due persone c'è un elemento in più - la banca - che accorcia le distanze e permette all'eccedenza del primo di contribuire al bisogno del secondo, senza che i due arrivino mai a guardarsi in faccia. Finora l'istituzione bancaria, piccola o grande che sia, è stata la regina incontrastata dell'intermediazione finanziaria. Da qualche anno a questa parte però, alcune esperienze originali - nate sull'onda di una relazione inversa tra il successo di Internet e la fiducia cittadina nel sistema bancario - ne stanno sfidando la supremazia.
Si chiama social lending (prestito sociale) e dopo aver fatto furore in Inghilterra, Olanda e Stati Uniti è approdato anche in Italia, sulla scia profumata di un discreto successo. Il meccanismo è banalmente semplice e per certi versi già visto - una versione moderna dell'ancestrale baratto - ma la sfida sottesa è degna di analisi: proporsi come punto di incontro virtuale tra chi è disposto ad offrire un prestito e chi ha necessità di richiederlo, scavalcando a piè pari gli intermediari finanziari. Non è da poco scommettere sul fatto che la gente si fidi più di Internet che dello sportello di una banca, eppure il successo di società con simili intenti, come eBay, dimostrano che il sistema funziona, almeno per ora. Ne sono una prova esperienze come Zopa, Boober, Kiva - le prime due già in versione italiana, la terza banco di prova della microfinanza in versione www. Tecnicamente cosa vuol dire?
La forza di queste tre società sta nel mettere a disposizione una piattaforma per prestiti on-line peer-to-peer, ovvero prestiti personali tra privati dove gli iscritti possono offrire/richiedere direttamente denaro, evitando gran parte dei costi della comune attività di intermediazione. Le commissioni richieste dalle società sono molto più basse di quelle richieste dalle banche tradizionali (per Zopa è circa l'1% del prestato) e le condizioni offerte, sia a chi presta che chi riceve, molto più convenienti. Il social lending può essere usato sia per richiedere prestiti (che sono in genere classificabili come micro) che per investire il proprio denaro, con tassi di ritorno di tutto rispetto. La domanda succesiva, ce l'hanno tutti stampata in fronte: è affidabile? I rispettivi gestori dicono di si, e fanno in modo di essere coerenti. Per quanto riguarda i portali versione italiana - Zopa e Boober - sono entrambi iscritti all'Ufficio Italiano Cambi e soggetti a regolamentazione della Banca d'Italia. Inoltre l'ammissione dei richiedenti è abbastanza selettiva, applicando un calcolo di rating capace da ridurre al minimo il rischio finanziario. Iniziative interessanti che probabilmente stanno già conquistandosi un futuro. Non come alternativa unica al sistema bancario, ma come offerta specifica per un mercato di nicchia, composto da gente che per un motivo o per l'altro sente più suo l'approccio peer-to-peer rispetto alla finanza delle grandi dimensioni. Può darsi che sia effettivamente una delle alternative. Come è un'alternativa quella offerta dalle banche di comunità, le casse rurali, le banche cooperative, istituzioni in carne ed ossa che, non senza difficoltà e contraddizzioni, portano comunuque avanti una visione di finanza che guarda meno al profitto e più al benessere complessivo dei soci e dei territori di appartenenza, senza rinunciare ad un'intermediazione reale e concreta, che fa del rapporto diretto e della vicinanza con le persone, uno dei suoi punti di forza e di competitività.
Per vedere da vicino cosa vuol dire, venerdi 15 febbraio le banche di credito cooperativo europee saranno riunite in convention a Bruxelles, per fare il punto sulle prospettive future di questo modo alternativo di pensare il fare banca nel mondo.

Fonte foto: TheBusinessShrink

mercoledì, gennaio 30, 2008

Parabeni

Cosa sono? Non sostanze metafisiche, nè stupefacenti, nulla a che fare col bene comune, anzi. I parabeni hanno preso cittadinanza nella mia quotidianità da quando me ne ha parlato la mia amica Monica, che da anni lavora a Bruxelles per la Health and Environment Alliance, un'associazione europea che si occupa della diffusione di sapere e informazione sul rapporto virtuoso tra salute ed ambiente. Da allora li cerco ovunque, per evitarli. Mi è sembrato importante condividerne il perchè, ecco cosa dice la Moki al rispetto:

"Sui parabens (che ho scoperto in italiano chiamarsi "parabeni") in poche parole, si tratta di conservanti utilizzati per lo più in prodotti cosmetici e farmaceutici come shampoo, dentifricio , schiuma da barba, deodoranti e anche come additivi alimentari. Ne esistono diverse versioni ma la sostanza non cambia: methylparaben (E number E218), ethylparaben (E214), propylparaben (E216) e butylparaben. Secondo vari studi, i parabens interferiscono con le funzioni ormonali del nostro corpo e possono essere quindi tra le cause o concause del cancro al seno. Questi studi sono controversi, e fortemente contestati soprattutto dall'industria cosmetica e farmaceutica che li usa da anni...se cerchi "parabens" su wikipedia ti renderai conto che anche la scienza non è concorde su questo tema. Provare i legami e le connessioni tra agenti ambientali (come le sostanze chimiche insutriali) non è facile, i rapportidi causa-effetto non sono mai lineari anche perchè siamo esposti a una molteplicità di fattori, con tempistiche diverse e il nostro corpo reagisce in modi diversi. Mentre la ricerca prosegue il suo corso, le prove che vengono raccolte dovrebbero spingere ad un atteggiamento sempre più precauzionale riguardo l'utilizzo dei parabeni. E invece, come mai, nel dubbio, le autorità competenti permettono ancora che circoli in commercio una crema per il viso o un deodorante che potrebbe aumentare il rischio di prenderci il cancro? ".

Non è che vogliamo pensare male, ma proprio perchè la questione è ancora così incerta e controversa, la domanda diventa sospetto. Sono solo piccole gocce d'informazione, ma valeva la pena sollevare l'interrogativo. Vi abbiamo incuriosito? O forse...inquietato? Se volete saperne di più: - Cosmetic Database; - Breast Cancer Fund; - Health and Environment Alliance

mercoledì, gennaio 23, 2008

Quanto contano le prime impressioni?

Prendiamo ad esempio Barcellona.
Prima di partire ho ricevuto fiumi di commenti entusiastici di chi c'era stato, di chi sognava andarci, di chi ne aveva solo sentito parlare. Strabiliante. Poi, giusto il giorno prima, un commento ambiguo, detto con un tono che non prometteva nulla di buono: sembra Napoli. Mi è rimasto dentro come un tarlo, quel SembraNapoli e il suono sibilante associato alle parole, come a dargli una strisciata secca di definitività. Forse mi sono fatta suggestionare, ma la mia prima impressione di Barcellona è stata velata da quel borbottio di fondo, che me l'ha fatta vedere sporca e trasandata, un pò triste e un pò sola - come tutti i porti di mare - sotto la superficie traslucida del suo infinito movimento.
Le prime impressioni, ti fregano ed è finita. Come Buenos Aires, che per mesi mi ha sussurrato all'orecchio il suo attaccamento viscerale a origini principalmente italiane, tanto da farmele vedere ovunque, nei modi di fare, nei palazzi, negli squarci di periferia. E non era vero niente, la lingua madre in fondo non inganna mai. Parlano spagnolo, altro che lunfardo, e adesso che l'ho vista mi rendo conto di come la Spagna riemerga prepotente in tutti i profili di Buenos Aires.
Barcellona è tanto bianco-nera di giorno quanto accesa e folle la notte. Bar ovunque popolati di gente a tutte le ore - anche le più piccole - locali alla moda, locali malfamati, eventi, spettacoli, teatrini di strada, concerti, e fiumi, letteralmente fiumi di persone che a partire dalle ventuno cominciano a restituire la vita alle strade, sonnacchiose e lente fino al calare del sole.
Sarà che vivo in pianura padana e posso anche farmi suggestionare da tanta notturna vitalità , ma il fenomeno va oltre il semplice divertimento giovanile. E' infuso nella cultura, negli usi popolari, è la gente vera a vivere di notte, di giorno mi guardo in torno e scopro solo facce come la mia, col bollino turista stampato in fronte. Cammini per Barcellona dopo l'orario che in provincia di Brescia sarebbe definito "coprifuoco", e incontri anziani con la busta della spesa, mamme con passeggino, bambini in fila indiana, giovani a branchi, gente di mezza età che pascola senza fretta in cerca di un posto libero per cenare (meglio dopo mezzanotte). Le impressioni rimbalzano all'indietro, ancora strabiliante.
Quattro giorni di immersione totale nella guida, di chilometri percorsi a piedi, zigzagando tra i quartieri del porto - quelli scuri e stetti e poco rassicuranti - un'avventura finita presto in bicicletta - ho bucato - una sistemazione alla buona in un ostello del centro, a contatto con polvere e multiculturalità - immancabili italiani ovunque. Tutti ingredienti insufficienti a farmi un'idea.
Ma una sensazione mi resta ancora abbastanza addosso: le palme mediterranee scosse da un vento forte, costante, che rincorre impietoso anche dentro i vicoli più stretti; le architetture spiritate e gonfie dei palazzi di Gaudì; l'Aquarium con lo squalo che non può mai smettere di nuotare; la statua di Cristoforo Colombo col dito ferroso e fisso impettito sull'orizzonte; la sporcizia e l'abbandono di interi pezzi di città - città, come Genova e Marsiglia, città porto di mare - i viali timidi di giorno e brulicanti di notte, vivi di giocolieri, trapezisti e immigrati del nord Africa che vendono lattine di birra al pezzo e anche altro, sottovoce. Tutti questi elementi scolpiscono nella mia mente l'immagine di una Barcellona incompiuta, in continua ricomposizione. Nella migliore tradizione del suo archittetto più celebre e celebrato, che con la Sagrada Familia aveva in mente una visione talmente geniale e complicata del sacro, che a distanza di un secolo è ancora lì, cantiere a cielo aperto, in attesa che il miracolo si compia e l'umana fatica - o finanziamenti ingenti - la portino finalmente a compimento. Del resto il nome completo dell'opera, in catalano suona come Tempio espiatorio della Sacra Famiglia e la targa che indica le date di costruzione dice più o meno così:
"1882 - (1926) - ??" L'ingresso costa 8 € e l'incasso è devoluto a finire i lavori. Turisti responsabili, ho contribuito a completare una pietra della mia Barcelona in movimento. Alla fine, tutto torna.

Barcellona 10-14 gennaio 2007
Foto: letiziajp ©

giovedì, gennaio 10, 2008

A scuola di TanGo

La scuola Regina di via Malta 12, a Brescia, riapre i battenti con le nuove proposte di tango argentino per il 2008, rivolte sia ai ballerini più esperti, sia a tutti quelli che vogliono provare a muovere i "primi passi" nella disciplina.
Il Tango argentino, nato più di un secolo fa nelle periferie buie e popolose di Buenos Aires, deve la sua duttilità universale a un'origine meticcia, frutto dell'incontro tra etnie e culture provenienti da tutto il mondo, che nella prima capitale del melting pot trovarono un loro fecondo momento di sintesi, nell'espressione corporea e passionale del ballo.
Negli ultimi anni il fenomeno del Tango ha assunto proporzioni e diffusione importanti anche in Italia, dove si moltiplicano i corsi, gli incontri con professonisti internazionali, i siti web, gli spettacoli d'alto livello e le reti sociali dedicate. Per capire come il Tango sia fermamente entrato nel nostro immaginario collettivo, basta pensare alle scelte di marketing delle aziende più disparate, che utilizzano la sensualità e il fascino del ballo per le loro campagne pubblicitarie a copertura nazionale.
Anche se le piroette e i virtuosismi che ci propongono può farlo sembrare una disciplina per pochi eletti, in realtà il Tango è una danza accessibile a tutti coloro che con curiosità vogliono dare spazio alla libera espressine del proprio corpo.
Con le parole dei due maestri della scuola Regina, Daniele e Roberta, "non esistono persone rigide nel Tango, ognuno può trovare il proprio stile. Il fine dell'apprendimento è portare l'allievo a pensare con il corpo, aiutarlo a scoprirne le regole, le resistenze e le possibilità, per aprirsi alla conoscenza e al dialogo con se e con l'altro". Provare per credere...

venerdì, gennaio 04, 2008

C'era una volta l'Agriasilo

Quando avevo circa dieci anni i miei genitori, seguendo uno spirito d'avventura all'epoca controcorrente, decisero di lasciare un paese ogni anno più caotico per trasferirsi in una casa di campagna, in collina, a pochi chilometri dal mare. Fu così che entrai nell'olimpo di quei fortunati bambini, destinati a vivere a stretto contatto con una natura benevola e ancora dignitosamente intatta.
Ma i miei genitori avevano anche un altro regalo in serbo per me: il tempo. Il loro tempo, dedicato ad insegnarmi a riconoscere una quercia, piantare bulbi di tulipani e piantine di insalata, avvolgere nei fogli di carta le bottiglie di pomodoro da far cuocere nel calderone nero, per assicurare un'ottima passata per tutto l'inverno. Imparai anche ad individuare nel boschetto le tane delle volpi - le volpi, ancora numerose, solo pochi anni fa - e con la calce bianca e dell'acqua fresca, rubare per sempre l'impronta di qualsiasi animale che passasse di lì.
Era il periodo in cui alle scuole elementari c'era solo una maestra, che diventava il punto di riferimento, la guida. Con lei in classe piantavamo i fagioli nel cotone, aspettando trepidanti che si compisse il miracolo del borlotto trasformato in filo d'erba. A casa avevo un pollaio con oche, galline e conigli, le casette con le api e anche una capretta. Grazie a loro ho vissuto dal vivo la nascita di un pulcino, la stagionatura di una forma di formaggio, il ciclo di vita dal polline al miele.
Una stagione ricca e fervida la mia infanzia, tanto da farmi sentire - forse a torto? - una privilegiata. Come fanno i bambini che vivono in città? O quelli i cui genitori lavorano tutto il giorno, quelli che vivono in appartamento o semplicemente tutti quelli che passano da casa a scuola e viceversa senza sperimentare mai, nemmeno per un attimo, il significato concreto del mondo che li circonda? Forse è anche a causa da questa lontananza dalla natura, dalla sperimentazione fisica del quotidiano, che, secondo l'OCSE, i giovani italiani sono tra i più ignoranti d'Europa?
Qualunque sia la risposta, c'è chi sta già pensando alle soluzioni migliori e più ingegnose per invertire la tendenza: da un'iniziativa della Coldiretti nascono in Italia gli Agriasili, delle fattorie alternative che affiancano all'attività agricola caratteristica, un utilissimo servizio di asilo infantile. Il primo agriasilo italiano - La Piemontesina - pare sia nato a Chiavasso, in provincia di Torino ed offre ai bambini ospiti la possibilità di seguire i lavori della campagna, accudire piccoli animali e osservare come crescono e producono le piante.
Come afferma la Coldiretti, "l'Agriasilo offre l'occasione di un incontro positivo tra le esigenze dei genitori di garantire un ambiente e un'alimentazione sana ai propri figli e quella delle imprenditrici e imprenditori agricoli alla ricerca di nuovi stimoli nel lavoro all'interno dell'azienda".
L'idea funziona, tanto che attualmente in Italia si stanno moltiplicando le esperienze di questo tipo, autentiche "alternative ecologiche" agli asili spesso angusti di città. Ma anche sperimentazioni capaci di aprire finestre importanti per un settore agricolo messo alle strette da un mercato mondiale non più così generoso. Che sia una formula creativa ed efficace per piantare semi di responsabilità sociale nei cittadini di domani?
Pubblicato anche su Popolis

giovedì, gennaio 03, 2008

Appostiamoci

"Poste Italiane è un innovativo e competitivo operatore di servizi finanziari e di pagamento. Ogni elemento interagisce con l'altro ed è funzionale a raggiungere e soddisfare le richieste del cliente. Onestà, trasparenza, correttezza, senso di responsabilità e affidabilità sono i valori che caratterizzano il Gruppo Poste Italiane e che guidano i comportamenti nelle relazioni interne e nei rapporti con l'esterno, generando fiducia e credibilità. Poste Italiane è un servizio pubblico con un'importante funzione sociale: il Servizio Universale. " (http://www.poste.it/)

La citazione non è tratta da un libro di fantascienza ma dal rispettabile sito della Poste Italiane. Ho selezionato le frasi più significative, quelle che più di ogni altra evocano nella memoria i momenti indimenticabili passati infilata in coda, in quel modo tutto italiano che hanno le code di disfarsi e sfaldarsi man mano che ci sia avvicina allo sportello. Della posta del paese dove abito conosco per inerzia ogni anfratto nei muri, la forma inflessibile dell'orologio, le cartoline di Natale e i francobolli col Papa, tutti amorevolmente appiccicati ai vetri di quegli sportelli perennemente in disuso, così da farli sembrare meno inesorabilmente vuoti alla trentina di persone che aspettano - sbruffando come balene - che si sia liberato l'unico operatore (innovativo e competitivo) disponibile. Appena varcata la porta del nostro ufficio postale, scatta dentro qualcosa di antropologicamente interessante: un certo senso di ineluttabilità misto a fatalismo, che al massimo trova sfogo in timidi tentativi di protesta esternati col tuo vicino, più per ingannare il tempo che per farsi davvero sentire.
Perchè, nonostante quello che vorrebbe raccontarci il sito delle Poste Italiane, il servizio, lungi dal generare fiducia e credibilità, ha generato nel pubblico la stessa umana reazione di molti altri servizi statali, che chiamereri piuttosto...spirito di sopravvivenza, che in alcuni rari casi sfocia in esasperazione. Nella maggioranza dei casi invece sopportiamo code interminabili, uffici sottodimensionati, impiegati isterici che se la prendono con noi e noi con loro, e usciamo da li carichi di un'energia negativa - capace di illuminare tutti i colossei d'Italia - che viene dispersa nelle ricadute inevitabili di una mattinata buttata via per pagare una bolletta. I seguaci di slow food potrebbero obiettare che la velocità è la vera malattia e potremmo utilizzare il tempo speso in piedi negli affidabili uffici postali per pensare a noi stessi, recitare una poesia, scambiare due chiacchiere col mondo. Una pratica tutta orientale della calma e della tolleranza che mi ha quasi convinto, finchè è entrato un indiano e si è lanciato in un sermone di lamenti, per il tempo che gli tocca perdere ogni volta che deve mandare due lire in India (per non parlare che adesso le poste sono addette ai rinnovi dei permessi di soggiorno....amen). Neanche in India gli capitava di aspettare tanto? Incredibile, quanti pregiudizi, quanti stereotipi incondizionati!
Forse dovremmo ringraziarle le Poste Italiane, per questa ginnastica forzata all'attesa a cui ci hanno addomesticato. Il servizio pubblico che riesce nell'impresa di educare alla pazienza, alla docilità, un cittadino pienamente consapevole che i servizi che gli offre lo Stato (offre? ma non servivano a questo le tasse...?) sono un disastro insensato (davvero cosi difficile da sanare?) di inefficienza e mediocrità, ma continua ad usarli senza opporre eccessiva resistenza. La sottomissione, ecco la vera rivoluzione sociale dei nostrani servizi universali.

Io come Alice

Se non sai dove stai andando, qualunque strada ti ci porterà


Lewis Carroll

lunedì, dicembre 24, 2007

Alla vita, che non finisce mai

Mi porto dietro quest'immagine dell'infanzia, dove i mesi sono ordinatamente divisi in due file parallele, a sinistra gennaio-giugno, a destra luglio-dicembre. E' chiaro quindi che questa parte dell'anno la vedo da sempre come la coda del calendario, il mozzicone andato che fuma ricordi dai camini delle case agghindate a festa. E questi ultimi giorni...una tasca, un limbo scuro e caldo dove mi rifugio crogiolando ciò che è stato, per allontanare ancora un poco il pensiero della macchina che si rimette in moto verso le strisce dritte delle mie due parallele. Da qui, il miglior augurio che mi sento di poter fare è che la vita vi sia lieve e che voi siate tra quelli capaci di stupire l'universo...

La vita è grande. Rovina e fortuna, patimento e gioia, schiavitù e affrancamento, rotolano e si cozzano tra loro su un tavolo talmente vasto, in un gioco cosi complicato, che solo un pazzo può pensare di poterlo governare per intero e per sempre, per se stesso e per gli altri. Naturalmente i pazzi in questa natura abbondano. Capita addirittura che alcuni di loro invece di passare per quello che sono, per pazzi scatenati, godano momentaneamente fama di persone avvedute, sapienti oltre ogni limite sopra il proprio e l'altrui destino, dotati di provvidenziali capacità e poteri. Costoro se la spassano da signori per un pò di tempo, fino a quando la vita, la tragica grande storia delal vita, si incarica di svelare l'obbrobrio della loro follia. Chi l'avrebbe mai detto, lamentano sconcertati i loro seguaci ed estimatori. Già, chi l'avrebbe mai detto. Il fatto è che la vita non finisce mai, il suo orizzonte è oltre l'ultimo orizzonte visibile. Il fatto è che lo sguardo, anche il più acuto, è sempre meno lungo di quanto faccia piacere crederlo. E per fortuna che è cosi, altrimenti gli umani sarebbero già finiti da un bel pezzo; malamente, miseramente, prevedibilmente finiti. E invece, dopo tante sventure e disastri, sono ancora lì a stupire l'universo. (Maurizio Maggiani, La Regina Disadorna)

mercoledì, dicembre 19, 2007

Oltre quale confine

Cosa vi viene in mente se dico "immigrato"?
Forse dipende dalla vostra età, dal ceto sociale, da quante storie hanno avuto la possibilità di raccontarvi i vostri i nonni nelle sere d'inverno davanti al fuoco. O forse dipende dal vostro vicino di casa e dalla vostra professione, se lavorate in posta o in un cantiere, al bar o all'ultimo piano di un edificio commerciale. Se dovessi dirvi io, la prima immagine che mi sale agli occhi sono gli spot delle banche all'avanguardia, la western union, il mercato del sabato a Brescia, l'odore di spezie e peperoncino sul pianerottolo di casa, i miei vicini indiani, lo scoramento delle maestre per la percentuale di bambini che arriva a metà anno senza parlare una parola di italiano e il terrorismo mediatico della stampa nostrana, sempre pronta ad usare le parole in maniera a dir poco strumentale (come se ci fosse differenza tra un rapinatore "rumeno" e uno italiano).
Ma questa è la mia contemporaneità, l'immigrazione che ho vissuto per interposta persona, vedendomela pasare accanto ogni giorno, per strada, in TV, nelle nuove strategie di marketing aziendale. Ma qui dovrebbe intervenire la memoria (storica), per ricordare anche il passato che non abbiamo vissuto, per rendere più relativa l'esistenza e più morbido il nostro atteggiamento nei confronti degli altri. E' un pensiero banale, ma viste le grida popolari alla "emergenza immigrati" non poi cosi scontata...me l'ha fatto venire in mente il romanzo di gioventù di John Fante, l'unica opera scritta in terza persona, quasi a prendere un certo distacco da una storia pur tutta autobiografica, quasi a guardare dall'esterno quel bambino spaurito che era, impegnato ogni giorno contro le sue origini italiane in un'America ostile del primo novecento. "Si chiamava Svevo Bandini e abitava in quella strada, tre isolati più avanti. Aveva freddo e le scarpe sfondate. Quella mattina le aveva rattoppate con dei pezzi di cartone di una scatola di pasta. Pasta che non era stata pagata. Detestava la neve. Faceva il muratore e la neve gelava la calce tra i mattoni che posava. Anche da ragazzo, in Italia, in Abruzzo, detestava la neve...Era cosi povero, con tre figli a carico, e non aveva neppure pagato la pasta, per non parlare della casa che ospitava figli e pasta." E il figlio di Svevo, , l'alter-ego indiscusso di J. Fante sempiterno protagonista di ogni sua storia"di nome faceva Arturo, ma avrebbe preferito chiamarsi John. Di cognome faceva Bandini ma lui avrebbe preferito chiamarsi Jones. Suo padre e sua madre erano italiani ma lui avrebbe preferito essere americano. Suo padre faceva il mutratore, ma lui avrebbe preferito diventare il lanciatore dei Chicago Cubs". (John Fante - Aspetta Primavera, Bandini - 1938)

martedì, dicembre 11, 2007

E il Dirigibile...torna a volare (by I.R.)

10 dicembre 2007, per ricordare Ahmet Ertegun, mitico fondatore dell’etichetta Atlantic Records, e loro caro amico e scopritore, Robert Plant, Jimmy Page e Jonh Paul Jones decidono di riaccendere i motori del dirigibile per riportarlo in volo ancora una volta, dopo che si erano tragicamente spenti il 25 settembre 1980 con la morte del batterista Jonh “Bonzo” Bonham. Oggi al suo posto è stato chiamato il figlio Jason, 41 anni, cresciuto come in una famiglia all’interno della più grande Rock band di tutti I tempi. Chi ha potuto assistere all’evento (…ed io purtroppo non ero tra questi), parla di una emozione crescente quando alle 21.00 in punto si sono accesi gli amplificatori, ed i cuori di milioni di fan, sulle note di “Good times bad times”, canzone datata 1969 e prima traccia del primo disco dei Led Zeppelin, quasi si volessi ricominciare da là, dall’inizio di tutto. La scaletta ha poi toccato tutte le tappe della storia del Rock segnate da canzoni degli Zeppelin come “Black Dog”, “Dazed and Confused”, “Stairway to heaven” fino a “Whole lotta love”. Dalle poche immagini passate alla TV, spiccano i cenerei lunghi capelli di Page, ed una diffusa calvizie tra il pubblico presente, segno del tempo che è passato da quei favolosi anni settanta, che rimangono però sempre vivi nei cuori, e pronti a riaccendersi sulle note emozionanti di una canzone.

Autore articolo: Ivan R. (U.T.L'U.R.)

giovedì, dicembre 06, 2007

"Gindobre" Polonia

Ho letto prima di partire che la Polonia ha almeno due primati: è il paese più esteso dell'Europa dell'Est, ma è anche il paese con il più alto tasso di povertà in Europa. Ad avermelo chiesto avrei detto "Romania", che adesso va cosi tanto di moda nei banchetti sensazionalistici della stampa nostrana. E invece no. Polonia.
Va anche precisato che, in un ordine inverso rispetto al nostro comune sentire, è il Nord del paese ad essere più disastrato, mentre il Sud gode dei benefici della crescita economica che quest'anno corre a ritmi del 5%.
Le strade a sud non sono tanto ben messe, ma le città, soprattutto Cracovia - la capitale culturale - conservano una dignità quasi maestosa, con quella piazza che si apre cosi, all'improvviso, perdendosi nell'ampiezza di un perimetro quasi vuoto e che per questo dà l'impressione di essere immenso.
Quelli che incontriamo parlano poco di politica, ma sembrano tutti sollevati dall'esito delle recenti elezioni, che hanno visto uscire dalla scena almeno uno dei gemelli accentratori. L'Europa è già dentro le frontiere polacche, una cosa già scontata ma non risolta, c'è la sensazione che finché non ci sarà una moneta unica e finché la libera circolazione dei lavoratori non sarà effettiva in tutti i paesi, i polacchi sentiranno ancora un piede ancorato alla vicina Russia, silenziosa ma onnipresente.
La religiosità permea la società polacca e le sue architetture, fatte di chiese imponenti e di chiese piccole, croci e cimiteri di campagna, tutti legati ad un solo nome, una figura che stringe eternamente la gioventù di Carol Wojtyla alla fede della sua gente, che ovunque lo acclama "santo subito".
Ma anche uscendo da Cracovia la sensazione non cambia, quel primato di povertà devo cercarlo ma a stento ne vedo i contorni. Sarà forse per la neve - che è caduta copiosa sui nostri brevi cinque giorni di permanenza polacca - che attutisce tutto vestendo di un elegante bianco composto anche i grigiumi più ostinati. Sarà il calore generoso di tutti quelli che ci hanno ospitato pur senza averci mai visto, aprendo la porta di case, agriturismi, uffici, come fosse un cortile privato dove accogliere amici lontani.
Oppure sarà ancora l'emozione di un nuovo viaggio - altra tappa nel cammino verso il centro della mia casa - però io faccio ancora fatica a capire il perché di questo "tasso di povertà più alto d'Europa".
E' stato un viaggio troppo veloce, intenso, dove il Nord dimenticato di cui si parla in tanti studi sul Paese è passato troppo al di sopra di noi, distante...forse le mie risposte sono li, e mi toccherà tornare....

PS: "Gindobre" vuol dire Buongiorno e ovviamente non si scrive cosi, ma l'importante è la pronuncia no??

Polonia 28 novembre - 2 dicembre

Foto: letiziajp ©

martedì, novembre 27, 2007

Nave...fuori dal mare

Mark Ford è nato a Los Angeles in un aprile qualunque degli irruenti fine anni sessanta e io lo ammetto, proprio non l'avevo mai sentito nominare. Ma è una pecca mia, quella di non ricordarmi i nomi, per cui ci ho fatto poco caso quando domenica sera - un giorno freddissimo e umido - mi hanno detto entusiasti e basiti che si andava tutti al Teatro San Costanzo di Nave a sentire Mark Ford.
Per fortuna ci pensa sempre il mio "gruppo spalla" ad alfabetizzarmi la memoria, e allora dietro l'entusiasmo ho capito anche il perché dello stupore. Scopro che Mark Ford è il famosissimo chitarrista americano che si è permesso il lusso di suonare nei Black Crows e con Ben Harper per poi abbandonarli entrambi, per lanciarsi proprio in questi giorni in una tourné italiana a dir poco bizzarra, sia per la composizione picassiana dalla band che per la scelta originale delle location.
Appunto, la location, e veniamo allo sgomento sghignazzante dei miei accompagnatori. Nave è un comune di 10.000 abitanti situato nella Valle del Garza, insomma, Provincia di Brescia. E il Teatro San Costanzo è nientemeno che il teatro dell'Oratorio di Nave, di quelli con le poltroncine blu di velluto, il doppiopalco per gli spettacoli di Natale degli scout e il bar subito fuori gestito dalla perpetua di turno, che vende patatine, golosine e coca cola a prezzi calmierati. Domenica sera avevano anche la birra, non si sa se per politica fissa o se hanno fatto un'eccezzione vista l'occasione.
Insomma, uno spettacolo..surreale...Mark Ford, lo stesso che accompagnava i virtuosismi di Ben H. in un magico luglio di poco tempo fa, al ritmo di Welcome to the Cruel World, domenica sera ha portato la sua famosissima chitarra fino al Teatro parrocchiale di Nave, dove la sua faccia sulla locandina era stata appiccicata sopra agli orari della programmazione di Ratatouille e a fianco del recital di fine anno. Come a dire che anche nei posti più impensabili, quando pensi che sei finito a vivere in una landa desolata, basta guardarsi bene attorno per trovare perle rare a prezzi decisamente onesti. E che in fondo non importa tanto il tempo, lo spazio o il prestigio di chi ti accompagna, ma la passione che ti muove nella vita.

Fonte Foto

martedì, novembre 20, 2007

Prima l'uovo o la gallina?

Il conflitto armeno-azerbaigiano sorto sul territorio del Nagorno-Karabakh (1991 - ...) ha portato allo scellerato assassinio della popolazione azera che viveva in Armenia, una ferocia che ha portato all'esilio dai luoghi natii più di 300mila azeri. Desideriamo precisare anche che, quale conseguenza dei pogrom commessi dagli armeni nella città azera di Khodjaly, sono state assassinate decine di migliaia di persone innocenti: bambini, donne e anziani, con la totale distruzione della stessa città! E' stato a tutti gli effetti un genocidio nei confronti del popolo azero. (...) Purtroppo però l'Armenia a assunto una posizione fermamente contraria alla soluzione costruttiva del problema, creando cosi una forte instabilità in tutta l'area Transcaucasica. (Emil Karmov, Ambasciatore dell'Azerbaigian, da Internazionale 19/10/2007)

La Commissione affari esteri della camera dei rappresentanti americana ha approvato una risoluzione che riconosce il genocidio degli armeni tra il 1915 e il 1917 all'epoca dell'Impero Ottomano. Il testo, che sarà ora sottoposto all'intera assemblea, è stato approvato nonostante l'opposizione del presidente Bush. Il governo turco ha minacciato ritorsioni, mentre il parlamento ha dato il via libera alle operazioni nel nord dell'Iraq contro i ribelli curdi. (Schiaffo ad Ankara, da Internazionale del 19/10/2007)

mercoledì, novembre 07, 2007

Pisco e "sicsapa"

Il Perù è ricco, il Perù è povero. Tutto vero e tutto falso e tutte e due le cose insieme. Questa volta il lavoro prevedeva spostamenti oltre il confine degli uffici governativi e finalmente Lima mi ha svelato le sue periferie malconce, mentre imboccavo la strada per Rioja, 900 chilometri più a nord. Viaggiare fuori da Lima permette di capire cosa vuol dire realmente urgenza di decentralizzazione, la santa missione laica del presidente della repubblica Alan Garcia: la finanza, i flussi di denaro, le infrastrutture, i quartieri alla moda, le multinazionali e le fabbriche operaie, il cuore vivo e pulsante dell'economia sono una prerogativa della sola capitale, un involucro di 8 milioni di abitanti in un paese che ne ospita 28. Questa è Lima e fuori di lei, oltre i limiti brevi dei suoi quartieri popolari, si sviluppa un territorio ricco di potenzialità umane e naturali ancora trascurato, disertato come una casa da cui si vuole solo fuggire, incapace di trovare alternative appetibili in grado di intaccare il centro gravitazionale della capitale. Intanto il potere contrattuale di Lima - capace di spostare capitali come sassetti nel mare - cresce e influenza indirettamente le scelte di spesa, secondo una logica dubbia del "chi più tasse paga più si aspetta in ritorno".

Mi guardo intorno a Rioja, città di selva e di frontiera, e quello che vedo è in gran parte povertà. Eppure, anche se cosi distante dai quartieri eleganti e torniti di Miraflores e San Isidro, lontano dai fasti della capitale, il paesaggio di Rioja conserva la dignità dei paesi umili, dove una vegetazione rigogliosa e florida, baciata da un sole che Lima non vede mai, rende discreta e pulita anche la povertà più estrema delle baracche di paglia e fango ai due lati della strada.
La cooperativa di credito al posto del bancomat ha una cassiera sorridente seduta dietro ad uno sportello troppo alto per il suo metro e cinquanta, che fino alle dieci di sera offre servizio di prelievo e versamento ad una fila ordinata e composta di gente arrivata dopo l'orario di chiusura ufficiale. Le strade secondarie sono di terra battuta, la guida che mi ha accompagnato nel parco di Tioyacu ha nove anni e di andare a scuola non ne vuole sapere, la gente del posto vive di agricoltura e il narcotraffico è una realtà silenziosa e strisciante che toglie il sonno ai potenti locali. L'aeroporto di Tarapoto è in continuo rifacimento e qualche nuvola bassa mi ha lasciato a piedi per due giorni. Ma tutto l'insieme ha la sua forza, il suo prorompente colore, la sua incontrastata dignità. Pian piano Lima deporrà la corona e la gente smetterà di migrare come un fiume lento verso la grande città, per scoprire che anche fuori dalla propria casa, tra la propria gente, anche li dove la terra è polvere e il cielo uno specchio infuocato, anche nei posti più dimenticati lo Stato sta promettendo di investire. Politiche e ridistribuzione delle risorse riporteranno al Perù all'antico splendore.

Nel frattempo la vita scorre vivace e festosa, nella spinta della semplicità ricca del popolo latinoamericano, sempre in grado di sorridere, di accogliere, di ospitare nelle braccia aperte della propria casa, dove cosi tante volte ho potuto assaggiare pezzetti di cultura e umanità che nessun libro potrà mai raccontare. Anche stavolta l'America latina mi ha lasciato perle della sua saggezza, sociale e culinaria: tra le usanze più antiche ricordo il Sebinacuy, parola quetchua che per gli antichi popoli indicava la pratica - molto diffusa - della convivenza prima del matrimonio, per avvicinare le giovani coppie ad una scelta consapevole del fatidico "per sempre". Mentre in cucina, si sa, le perle sono rare. Questa qui ve la lascio sulla fiducia, perché stavolta un atavico istinto ha prevalso sulla curiosità e non sono riuscita ad assaggiare. Dicono che siano buonissime, stesso sapore del mais tostato annaffiato di pisco fresco. Si chiamano Sicsapa e sono formiche, nere e grasse. La modernità sposata alla tradizione, nulla mai si perde realmente, l'America latina è un continente contraddittorio che vale sempre la pena di scoprire.
Foto: Peru, ottobre 2007 - letiziajp ©

martedì, novembre 06, 2007

Ciao Enzo, buon viaggio...

I protagonisti per me sono ancora i fatti, quelli che hanno segnato una generazione: partiremo da uno di questi, e faremo un passo indietro per farne un altro, piccolo, avanti. Senza intenzione di commemorarci.

mercoledì, ottobre 24, 2007

Una legge per il web: disciplina o bavaglio?

Un disegno di legge licenziato dal Cdm lascia intravedere l'obbligo di iscrizione al registro per chi ha attività editoriali, forse anche per chi ha un blog o un sito. Aumenterebbero quindi anche per i "piccoli" su Internet spese e sanzioni penali. Il sottosegretario Levi: "Non è questo lo spirito, deciderà l'Autorità".

leggi Aldo Fontanarosa, Repubblica, 19/10/2007

martedì, ottobre 23, 2007

He's back.....

.... more pics coming soon....

Foto: Ivan (Kilimangiaro, Tanzania 5-21 ottobre) ©

venerdì, ottobre 19, 2007

Il mercato delle b(o)lle

Sul finire dell'ottocento un comunissimo farmacista di Atlanta, il dott. John Styth Pemberton, dava alla luce quella che di li a poco tempo si sarebbe rivelata la più redditizia delle alchimie: era il 1886, la data di nascita della Coca Cola.
Inventata come un rimedio efficace per qualsiasi male, la bevanda con le bolle uscì illesa da tutti gli attacchi volti a mettere in dubbio la presunta insalubrità dei suoi misteriosi ingredienti, per arrivare fino a noi quasi intatta, trasformata da versione liquida dell'aspirina a colosso mondialmente incontrastato delle bibite analcoliche.
Però qualcosa ad un certo punto deve essere andato storto. Sarà il momento storico delle lotte epocali ai grassi e calorie - soprattutto nella patria sovrappeso di Mc Donald e patatine. Sarà che all'attenzione maggiore che prestiamo alla linea si asocia per fortuna una più profonda e urgente attenzione alla salute - nostra e dell'ambiente in cui viviamo. Qualsiasi cosa sia stata, si dà il fatto che il modello Coca Cola ha cominciato a scricchiolare, trascinando con sè la Pepsi, concorrente diventata socia di sventura. Il primo colpo l'ha lanciato la comunità scientifica statunitense, che ha recentemetne puntanto il dito contro la pratica della Coca Cola e della Pepsi di sostituire il saccarosio proveniente dalla canna da zucchero con un più conveniente - dal punto di vista esclusivamente economico - concentrato di fruttosio proveniente da mais OGM.

Una volta creata la crepa, l'acqua - gassata? - comincia ad entrare e mina le basi precarie della salubrità delle sorelle Coca & Pepsi. A inizio 2007 la Chicago Medical Association ha proposto una tassa aggiuntiva sulle suddette bevande - i cui dolcificanti sono una delle maggiori cause di obesità infantile - per dedicarne i proventi a campagne di educazione alla salute.
E non bisogna pensare che si tratti solo di una crociata americana contro una propria creazione. Nell'agosto del 2006 lo stato indiano del Kerala (!) ha vietato alla Coca Cola e alla Pepsi la produzione e la vendita delle loro bevande in tutta la regione (!!!) dopo che un'indagine del Centro per la scienza e l'ambiente di New Delhi aveva rinvenuto residui di pesticidi nelle bibite, in quantità 24 volte superiori ai limiti indiani (!!!!!!!!).
Per non parlare che in India il mais - preferito dalle multinazionali per i motivi suddetti- impoverisce i contadini, perchè sostituisce le coltivazioni locali di canna da zucchero. Se si considera poi che per produrre un litro di Coca Cola servono nove litri di acqua, si capiscono anche le ragioni dietro alle denunce avanzate nello stato del Kerala per inquinamento dei terreni e furto di acqua destinata all'irrigazione e al consumo umano. Nel Kerala sono stati prosciugati 260 pozzi.

Che ironia che tanti attentati alla nostra salute derivino dall'invenzione fortunata di un farmacista, a cui di solito chiediamo piuttosto cure - non cause - per le nostre umanissime pene. Ma si sa, siamo esseri irrazionali, a volte anche l'informazione più efficace non serve a farci desistere dalla tentazione. Finchè continueremo ad essere entusiasti e affezzionatissimi consumatori ci sarà mercato, salutare o no che sia.

lunedì, ottobre 15, 2007

Il Danubio passa per dieci Paesi

In aeroporto ho provato il pizzicorio di quei film dove l'eroe vince la monotonia del quotidiano infilandosi nel primo aereo in partenza da NY. Solo che io non ero a NY ma in una banalissima Malpensa e il mio aereo non era proprio a caso, ma quasi. Destinazione Belgrado, classica decisione last minute e un week-end di quelli strani nel mezzo, dove la sensazione che mi rimane non è di tempo, di spazio ma piuttosto di suoni e sapori.

A Belgrado ci ho pensato un sacco di volte, perché la mia amica Vera vive là e per me e la Moki è stato per un po' uno di quei viaggi-miraggi, da tirar fuori nei momenti di asfissia sociolavorativa, come oasi ideale per ricaricare umanissime batterie. Poi abbiamo smesso di pensarci e allora si, siamo finalmente partite. Dai Balcani mi aspettavo i ritmi improbabili dei film di Kosturica e gli squarci crudi e tristi a cui mi aveva abituato la Slovenia di fine anni 90. Da Belgrado non mi aspettavo niente, se non l'immaginario distorto da tanti racconti e l'entusiasmo di chi c'era stato prima di me. Ho trovato gli stessi mercati di Tegucigalpa, con gli equilibri precari di frutta e verdura, ma con volti diversi dietro i banchi, più affilati, inspigoliti da quella lingua costantemente interrotta da consonanti impronunciabili. Tutto così umanamente diverso dai paesaggi a cui mi ha abituato l'America Latina!

Non so se mi è piaciuta Belgrado in , la città intendo, o piuttosto l'incredibile coincidenza di equilibri tra tutti noi, coinquilini improvvisati a casa di V. Ho tutti i sensi falsati da un week-end che mi è sembrato una lunga interminabile notte, fatta di chiacchierate fitte, ricordi intensi, sensazioni riscoperte come dopo una conversazione interrotta, tre o quattro anni fa.
Belgrado è grigia nei giorni d'inverno, di un freddo pungente e secco. La mia prima mezz'ora di camminata in Serbia mi ha messo addosso la stessa desolazione che provavo ogni volta che da Gorizia passavamo la frontiera per andare a Nova Goriza, per andare a vedere cosa voleva dire Europa dell'Est.
Poi si è aperto il cielo e si sono aperte le piazze su parchi verdi e fitti, passaggi più ampi in una lunga camminata fino al Danubio, il fiume evocativo dei libri di Magris e di qualche riminiscenza sbiadita dell'università.
Fa bene ogni tanto sentirsi smarriti, sperimentare su di se lo stordimento del migrante, analfabeta della lingua locale in balia della compassione degli autoctoni. Mi viene in mente una scena sul treno Bologna- Ancona. Un gruppo di slavi cercava di chiedere informazioni in un italiano sgrammaticato e la gente passava oltre accelerando, come fossero fatti d'aria, come se il solo fatto di non parlare italiano (o essere tutti indistintamente e comunque "albanesi"?) giustificasse l'espressione di fastidio e disapprovazione. Per fortuna i serbi sono un popolo accogliente, il tassista all'aeroporto mi ha perfino prestato il suo cellulare.

Belgrado è una città di giovani in fermento, che ha davanti a se l'epoca della ricostruzione, che vive un presente geografico e storico fatto di mille contraddizioni in movimento da cui si alimentano speranze, sogni, spazi vivi di futuro. Ho capito cosi poco in queste poche ore, certi viaggi lasciano in eredità solo l'urgente bisogno di approfondire. Dentro la mia idea di Belgrado ci ho messo un po' di tutto: i vicoli di Bruxelles con i tamvia traballanti, i mercati del Centro America, pezzi dei viali di Buenos Aires. Per fortuna Vera si è prodigata a raccontarci un po' di storia e la città alla fine nella mia mente ha ripreso il giusto posto in un continente frammentato, ancora profondamente diviso nelle sue battagliere etnie, dove tutti parlano la stessa lingua ma la chiamano in modo diverso per giustificare la finzione di non capirsi. La guerra alle spalle, cosi vicina anche a noi: dal mio lato di Adriatico qualcuno racconta di aver sentito le bombe cadere. E la questione sempre aperta dello status di un Kosovo che si vede solo indipendente, lascia scoperte tutte le contraddizioni di questo lembo d'Europa che risponde alle logiche delle zolle terrestri, in perenne stato di precario assestamento.

Insomma, lascio Belgrado con poche certezze, con il sapore buono della capacità innata che abbiamo di ricreare le atmosfere vivide dell'amicizia in ogni contesto, ad ogni incontro. E poi mi resta l'orgoglio un po' infantile di sentirmi speciale, perché quando vado a trovare i miei amici non attraverso mai la strada o un isolato, ma come minimo devo farmi un'ora di aereo o dieci di treno. Il privilegio indiscusso di sentirsi sempre dentro ad un viaggio, dove il cibo e gli usi locali sono sempre per forza di cose sapori da scoprire. Stavolta è toccato ai cevapcici annaffiati di rakia (letto "racchia"), mentre l'accesso ad Internet broadband ci permetteva di risolvere l'ennesimo dubbio atavico: quanti Stati attraversa il Danubio nel suo viaggio verso il mar nero?

Foto: Belgrado - Serbia, 12-15 ottobre 2007, letiziajp © (peccato la macchia un po' scadente rubata all'ufficio... la mia Nokia (...Panasonic!!!) nello stesso momento era sulla vetta del Kilimangiaro...tutta un'altra storia da raccontare)

giovedì, ottobre 11, 2007

Festival per l'Economia Interculturale

Dal 12 al 20 ottobre si svolgerà in diverse città italiane (Milano, Torino, Biella, Cossato) la prima edizione di un Festival tutto dedicato all'Economia Interculturale. Cosa vuol dire?
La manifestazione nasce dalla volontà di valorizzare l'economia nella sua dimensione tridimensionale, fatta non solo di formule e numeri ma anche di colori, espressioni e scelte imprenditoriali multiformi, che dipendono dalla cultura, dalla provenienza etnica, anagrafica e sessuale di chi le esprime.


Per saperne di più, articolo completo e programma su Popolis

martedì, ottobre 09, 2007

Massambalo?

"Chi?" chiese l'uomo avvolto in una coperta
"Il dio dei migranti" rispose con calma l'ivoriano.
"Come l'hai chiamato?"
"Massambalo. hamassala o El-Rasthu" rispose "ha molti nomi. vive da qualche parte in Africa, sottoterra, dentro un buco da cui non esce mai".
"E come fai a capire che aspetto ha?" chiese un ragazzo con espressione circospetta.
"Non lo so" riprese quello che raccontava" ma ci sono degli spiriti che viaggiano per conto suo. Li chiamano le ombre di Massambalo. Percorrono il continente, dal Senegal allo Zaire, dall'Algeria al Benin. le ombre non dicono nulla ma attraverso i loro occhi Massambalo vede il mondo, guarda ciò che loro guardano, sente ciò che loro sentono. Così veglia sulle centinaia di migliaia di uomini che hanno lasciato la loro terra. Non parlano e non dicono mai chi sono, sta al viaggiatore indovinare la loro identità. Se ci riesce deve avvicinarsi lentamente, con rispetto e fare una semplice domanda: Massambalo?. Se l'ombra annuisce allora può lasciare un dono. l'ombra di Massambalo prende l'offerta e la conserva. E' il segno che il viaggio di quell'uomo andrà a buon fine, che il vecchio Dio veglierà su di lui." (Laurent Gaudé, Eldorado)

venerdì, ottobre 05, 2007

La geopolitica dei maglioncini

La United Colors torna a far discutere, questa volta con un risultato sorprendente: mettere Iran e Stati Uniti dallo stesso lato della barricata. La guerra in questione fortunatamente è solo dialettica e riguarda l'aggressiva campagna d'espansione commerciale del gruppo Benetton in Medio Oriente. In ogni caso nessuna pace fatta tra Teheran e Washington, l'imputato è lo stesso ma le similitudini finiscono qui. Le ire dell'Iran contro l'azienda di Porzano Veneto sono tutte ispirate alla morale e riguardano la cattiva influenza che la moda italiana potrebbe avere sulle donne iraniane. Le paure degli Stati Uniti vanno invece nella direzione opposta.
Essendo quotata nella Borsa Americana, nel corso degli ultimi mesi la Sec - la Consob USA - si è affrettata a chiedere alla Benetton rassicurazioni sul fatto che gli affari del gruppo italiano non stessero in qualche modo riempiendo le tasche del governo di Teheran, iscritto da tempo nella lista nera americana degli "Stati canaglia" insieme a Cuba e alla Siria. La questione con gli americani si è risolta con un "nulla da eccepire" della Sec e la battaglia politica iraniana non sembra preoccupare più di tanto la Benetton, che continua la sua campagna di espansione nella regione, dichiarando tramite un proprio portavoce che l'obiettivo "è quello di espanderci in modo capillare in tutte le più importanti città della Repubblica islamica".
Di certo l'espansione della United Colors nel mondo contribuirà più ai processi di omologazione delle mode che di risoluzione dei conflitti. E' anche vero che l'azienda è stata più volte attaccata per mancata responsabilità sociale, ma questa è un'altra storia, un altro capitolo da approfondire. Piuttosto, l'espansione dei colori e dei modelli di casa Benetton in un Medio Oriente in alcuni casi sempre più chiuso in se stesso, potrebbe contribuire indirettamente ad aprire spiragli nelle maglie di governi poco propensi a mettere in agenda la voce "libertà di espressione". Tema difficile e controverso che va ben oltre le tensioni geopolitiche di due governi nemici. Ma una nota positiva possiamo trovarla: finalmente è l'espansione di un'azienda di maglioncini a fare notizia e non quella di eserciti sul piede di guerra.

mercoledì, ottobre 03, 2007

Vacanze: diritto di tutti

Circa il 40% della popolazione Europea non va in vacanza, principalmente per motivi economici. Una forma di turismo sociale, sostenibile e accessibile potrebbe garantire a chiunque "il diritto alla vacanza" e, al tempo stesso, essere un'opportunità per lo sviluppo di molte comunità locali. I cosidetti "buoni vacanza" stanno diventando sempre più comuni all'interno delle imprese. Questo nuova forma di benefit potrebbe essere inclusa in un prossimo futuro anche negli accordi contrattuali.
Questa ed altre interessanti tematiche saranno oggetto del Forum Europeo sul Turismo Sociale che si terrà a Riva del Garda il prossimo 2-5 ottobre, organizzato dalla Federazione Trentina delle Cooperative. Per saperne di più: http://www.turismosociale.to/

The sky's the limit

Aconcagua, Argentina (6962 m)
Foto: Ivan! ©

venerdì, settembre 28, 2007

Rosso Myanmar

Tam Tam per la Birmania, basta un segno, rosso, un segno di solidarietà.

mercoledì, settembre 26, 2007

Se dovessimo passare sei mesi da soli sull’altra faccia della luna a frugarci dentro, quale ricchezza di materiale pensate ne salterebbe fuori?

Saul Bellow, Ne muoiono più di crepacuore

martedì, settembre 25, 2007

Poveri noi...

Da un recente studio realizzato da tre ricercatori di Bankitalia, il rischio povertà per i giovani di oggi-pensionati di domani è tornato a crescere dopo le riforme previdenziali degli anni 90. Secondo il trend analizzato, le giovani generazioni avranno benefici previdenziali minori che andranno ad incidere su redditi da lavoro in media minori rispetto a quelli percepiti dalla generazione precedente. Oltre ad una fotografia grigio-nero sulla nostra pensione, i tre economisti tracciano anche auspicabili vie da seguire per correggere la rotta e permetterci di guardare al traguardo con un pò più di...serenità? La verità è che sono ancora giovane e lavoro come se dovessi lavorare per sempre. La parola pensione ce l'hanno tolta dal codice genetico per relegarla nel recinto sicuro e magico della mitologia. Politiche alternative ci sono, c'è chi ci studia sopra e le propone. Al lettore il piacere di entrare nel merito.
Daniele Franco, Maria Rosaria Marino, Pietro Tommasino, "Pension policy and poverty in Italy: recent developments and new priority", Giornale degli Economisti - Ente L. Enaudi

Informazione...viscosa

"Mattel fa marcia indietro e si scusa con Pechino. Ieri l'azienda che produce le Barbie, travolta dallo scandalo dei giocattoli realizzati in Cina e ritirati dal mercato per l'eccessiva concentrazione di piombo nelle vernici, ha fatto ammenda con i propri clienti, ma soprattutto con Pechino, dove i pezzi tossici sono stati prodotti. Il Governo cinese, finito sotto accusa per i suoi standard di sicurezza, è stato cosi scagionato dalla stessa corporation" (Simone Filippetti, Sole24Ore 22/09/07)

A metà agosto Mattel aveva accusato i fornitori cinesi di violare standard e requisiti di sicurezza nella produzione di giocattoli, costringendo l'azienda a ritirare dal mercato più di 20 milioni di pezzi made in China. Ma poco dopo il capo dell'amministrazione generale cinese sul controllo qualità aveva rilevato che il difetto derivava dalla progettazione e non dalla produzione, evidenza che porterà il direttore esecutivo di Mattel, il 12 settembre, a porgere le sue "sincere" scuse ai consumatori Usa e a Pechino. Tocchi e contraccolpi di un'informazione viscosa, che sembra sempre passare troppo al di sopra della nostre teste. In un momento passeggero da conspiracy theory mi viene quansi da pensare che dietro tante giravolte debbano esserci dei serissimi studi di impatto, che non riguardano certo la nostra salute ma piuttosto il trend della visibilità in seguito ad una certa azione. Una volta che un paese, un governo, una persona, vengono pubblicamente screditati sulla piazza del pubblico dissenso, che impatto hanno nel subconscio dei consumatori le "sincere scuse" del pentito accusatore? La Cina continueremo a guardarla con sospetto anche dopo il dietrofront pubblico di Mattel, perchè le parole trasmesse via cavo hanno un peso fluido e un senso disarmante, che rimane impresso nella retina ancor prima che nella memoria. E anche perchè quel continente cosi misterioso, immenso e incomprensibile agli occhi dei più deve lavorare ancora molto per rendersi accessibile, credibile, affidabile. Di sicuro non è solo questione di decodificazione del linguaggio.

Un esempio di come una corretta informazione possa essere determinante per la nostra vita? Me lo manda la mia amica Monica, che da anni ci lavora e che spero continui sempre a mantenermi vigile anche sui più piccoli dettagli del quotidiano: "The brave new risks of nanotechnology", Financial times

lunedì, settembre 24, 2007

Giallo come il Centro America

Gli accordi di libero commercio firmati – con gli Stati Uniti d'America – e quelli in corso di negoziato – con l'Unione europea –, i megaprogetti come il Plan Puebla Panamá, lo sfruttamento delle risorse naturali (acqua, diversità biologica, minerali) da parte di imprese multinazionali, la fine dell'agricoltura con l'abbandono della campagna e l'emigrazione verso le città o gli Usa, sono i moderni "cavalli di Troia" che arrivano a fiaccare la resistenza delle popolazioni locali.
Questa la tesi, questi gli argomenti trattati da Luca Martinelli nel suo libro "I colori del mais", presentato recentemente a Roma, alla Camera dei deputati, in occasione del convegno "Quale cooperazione tra l'Italia e l'America Centrale?".
Un libro che è anche un viaggio "dentro la vera ricchezza dell'America Centrale, laddove i sistemi di cooperazione con l'occidente partoriscono accordi economici asimmetrici e neocoloniali, ispirati al libero scambio piuttosto che allo sviluppo sostenibile".

giovedì, settembre 20, 2007

La chiamavano cooperazione Sud-Sud ma....

Il Governo di Kinshasa ha recentemente annunciato che il Governo di Pechino è pronto a concedere alla Repubblica Democratica (?) del Congo un prestito di 5 miliardi di $, con la possibilità che diventino 8 nel medio periodo. La Cina che corre in aiuto dell'Africa, non è la prima volta del resto. Nel 2004 Pechino aveva offerto finanziamenti ingenti anche all'Angola e poi al Sudan, alla Nigeria e allo Zambia, in una corsa all'aiuto che solo superficialmente potrebbe apparire una formula complessa di "cooperazione Sud-Sud". Guardiamo più a fondo, cosa accomuna i paesi prescelti da Pechino per la sua crociata africana? Ingenti riserve minerarie. Oro, nickel, stagno, rame e cobalto e in Nigeria anche greggio. Ma stiamo parlando anche di paesi sconvolti da guerre civili, dove i processi di democratizzazione sono in atto da anni ma non hanno mai messo radici, come specchietti fragili dietro cui si nascondono élites corrotte, che nella guerra vivono e speculano ai danni dell'intera nazione.
La Cina non è il Sud, ma un gigante economico in continua crescita e la contropartita alle sue strategie d'aiuto è palesata fin dagli accordi siglati con i governi africani. Come riportato da Roberto Bongiorni (Sole24Ore 19/09/07) la Cina otterrà in cambio dei suoi generosi investimenti concessioni minerarie e faraonici progetti infrastrutturali dove saranno coinvolte imprese cinesi. La verità è che Pechino si è ormai affermata come "la grande multinazionale della ricostruzione africana" e non si fa molti scrupoli a difendere i suoi nuovi clienti davanti alla Comunità internazionale quando i loro affari interni diventano casi evidenti di violazioni dei diritti umani.
La prima tranche concessa al Congo servirà a costruire ospedali, cliniche e università. Ma soprattutto a tagliare in due una foresta vergine per la costruzione di 3400 km di autostrada che dovrà collegare il Congo allo Zambia, dove mamma Cina ha investito 800 milioni di $ in miniere di rame. E le compagnie minerarie mondiali si lamentano perchè non riescono a tenere il passo del Grande Dragone nella sua modernissima campagna alla colonizzazione di un continente martoriato. E quando tutte le risorse saranno sfruttate, succhiate, esportate, dove si rivolgerà l'avidità del continente più popoloso del mondo? Ma soprattutto, che fine fa in questi casi l'intransigenza morale che le democrazie Europee sono disposte a sfoderare con altri paesi considerati...scorretti? Business as usual....

giovedì, settembre 06, 2007

La sicurezza delle divinità

KATHMANDU - Funzionari della compagnia aerea di bandiera hanno sacrificato due capre per placare Akash Bhairab, il dio Indù del cielo, in seguito a problemi tecnici con uno dei loro Boing 757, a causa dei quali laNepal Airlines, che ha due Boing, poco tempo fa aveva dovuto sospendere il servizio. I funzionari hanno fatto sapere che le capre sono state sacrificate di fronte all'aereo difettoso domenica, nell'unico aereoporto internaizonale di Kathmandu, nel rispetto delle tradizioni Indu.

Articolo completo, 4 settembre 2007


Segnalato da Fabioski

martedì, settembre 04, 2007

Saper leggere nei fondi del caffè...

"25 milioni di produttori di caffè stanno affrontando una crisi drammatica. Il prezzo internazionale del caffè si è più che dimezzato negli ultimi tre anni e i produttori di caffè dei Paesi in Via di Sviluppo, in prevalenza piccoli coltivatori diretti, oggi sono costretti a vendere i loro raccolti a un prezzo molto inferiore dei costi di produzione. Si potrebbe pensare che anche le multinazionali, che trasformano i chicchi di caffè in pacchetti, stiano attraversando una fase critica. Errore. Attualmente le quattro grandi multinazionali del caffè (Karft, Nestlè, Procter and Gamble e Sara Lee) posseggono marchi che fruttano ogni anno più di un miliardo di dollari. Se i benefici fossero ripartiti tra tutti, questo non sarebbe un problema. Invece, i contadini ricevono un prezzo talmente basso da non coprire neppure i costi di produzione, cosi che i guadagni esorbitanti delle multinazionali sono "pagati" dalle persone più povere al mondo"

Cosi ha inizio il viaggio di Oxfam nell'universo economico e umano che ruota attorno alla produzione del caffè, un bene materiale cosi importante, soprattutto per noi italiani, capace di scandire il tempo delle nostre pause lavorative, riunioni, incontri con gli amici, sveglie mattutine. Un gesto automatico e quotidiano che ci accomuna tutti, creando sfumature solo tra le preferenze - moka, macchinetta, macchiato. lungo o stretto o polvere solubile. E come tante cose che fanno ormai parte della nostra quotidianità, raramente ci soffermiamo più del necessario a chiederci....cosa c'è dentro e oltre le nostre tazzine di caffè? Ho provato a sfogliare questo libro (in vendita in Italia nelle Botteghe del Commercio Equo) ed ho cominciato improvvisamente a notare un sacco di altri dettagli, insignificanti in teoria ma significativi nel merito. Tipo, sfogliando la pagina finanziaria del Sole24 Ore, mi sono accorta oggi per la prima volta che beni quotati come il Caffè, il Cacao e lo Zucchero vengono tutti catalogati sotto il curioso titolo"COLONIALI". Magari cerco la pulce nell'acqua...ma uno degli effetti della lettura di questo libro è stato proprio questo: fino a prova contraria, farmi dubitare delle buone intenzioni...

lunedì, settembre 03, 2007

Biciclettando

Circa sei anni fa Channing Durak è partito dal Texas in bicicletta e ha attraversato 40mila chilometri tra Americhe, Europa e Asia. Lungo la strada, nel tempo, altre 125 persone si sono unite a lui, dando vita al Cyclown Circus....un movimento più che un'organizzazione, un modo di pensare più che un ente strutturato. Inizialmente potrebbero sembrare eccentrici turisti in cerca di una curiosa alternativa alla monotonia. Invece ciò che li muove è un obiettivo ben preciso: denunciare la dipendenza delle nostre società dal petrolio e proporre la bicicletta come soluzione a traffico ed inquinamento. E perché il messaggio sia chiaro si muovono in massa, puntano sul numero sempre crescente come veicolo visivo del loro pensiero. Nel frattempo si guadagnano da vivere attraverso spettacoli di clown, dividendo i guadagni e impegnandosi ad esibirsi gratuitamente per i bambini più bisognosi. Un'organizzazione rigorosamente collettiva di spazi e risorse che forse sarà difficile mantenere per lunghi periodi man mano che il gruppo cresce. Ma per chi può permetterselo (sia mentalmente che fisicamente...) è sicuramente un modo originale ed efficace di trasmettere un pensiero senza che questo si perda nella dimensione metafisica di astratte parole. Magari potrebbe essere interessante seguire il Circus per un breve tratto del loro vagabondare...molto più che una vacanza alternativa, un modo fluido di sentirsi vivi, zigzagando in bicicletta a favore di un'idea che andrebbe a sicuro vantaggio dell'intera società.
Per saperne di più: CyclownCircus!

venerdì, agosto 31, 2007

Anche Cremona ha i suoi Buskers

Buskers o artisti di strada. Dopo quello frequentatissimo di Ferrara, il Festival degli artisti di strada sbarca anche a Cremona, dove dal 31 agosto al 2 settembre le strade si riempiranno di clown, giocolieri, acrobati, pupazzi e burattini, mimi, bande e fanfare ...a testimoniare in questa prima edizione cremonese che "Il teatro di strada non è (praticamente mai) volgare; colpisce con la poesia malinconica contrastante il caos cittadino, con l’ingegno creativo che rompe la monotonia, con la comicità o l’ironia graffiante che ferma la corsa. Per dirci che il tempo e lo spazio del divertimento o dell’arte non sono necessariamente luoghi e momenti separati dal quotidiano vivere". Il Cremona BuskerShow si inserisce nel calendario e nella mappa di una serie di festival che in tutt’Italia aprono le vie e le piazze ai musicisti e agli artisti di strada provenienti da tutto il mondo. Per saperne di più: CremonaBuskersShow

venerdì, agosto 24, 2007

Innovative Marketing Solutions


Leno, esterno giorno, agosto 2007
Foto: letizijp ©


la Tigre del Caucaso

"Siamo come voi, gli italiani sono gli armeni del Mediterraneo", dice Hayak, giovane economista armeno, a Riccardo Sorrentino del Sole24Ore. L'Armenia, piccola repubblica euroasiatica senza sbocchi sul mare, negli ultimi anni è cresciuta a ritmi del 10%, guadagnandosi il titolo di Tigre del Caucaso. Eppure il paese paga ancora il suo isolamento storico e geografico, con un'economia che è ampiamente sostenuta da una diaspora ricca e influente. Si stima che arrivino dall'estero 1,5 miliardi di dollari l'anno, il 20% del PIL nazionale, con effetti non sempre benefici sulla competitività della moneta locale. La diffidenza della popolazione nel sistema bancario, memore dei fallimenti degli istituti sovietici, fa si che le risorse circolino nel paese in contanti, alimentando un'economia sotterranea che pur spingendo il paese verso un veloce sviluppo alimenta un mercato nero del lavoro, ampia corruzzione (le imprese preferiscono versare tangenti pur di non pagare tasse allo stato) e una concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, mentre fuori da Yerevan la povertà resta elevata e l'agricoltura di sussitenza. E' chiaro dunque che, dentro le cifre, la Tigre del Caucaso, orgogliosa del proprio miracolo, ha ancora molta strada da fare e le premesse ci sono. L'Armenia punterà sul proprio capitale umano, l'unica vera risorsa in grado di garantire un futuro. Intanto la Lycos è sbarcata a Yerevan, dove si attendono entro fine anno sette banche straniere e la Borsa di Stoccolma. L'Armenia cristiana delle origini, l'Armenia fiera della propria indipendenza che a fatica ricuce le ferite di un popolo nei confronti del quale, a distanza di quasi un secolo, la Turchia bandisce ancora la parola genocidio. L'Armenia che si sente occidentale pur nei suoi tratti orientali, dove la classe media vuole avere un ruolo attivo nella prosperità del paese e godere dei suoi frutti, guarda con ottimismo al futuro. Sarebbe buono se gli "armeni del Mediterraneo" guardassero al proprio domani con altrettanta,propositiva, energia.
(Liberamente tratto da: Sole24Ore del 24 agosto 2007)

mercoledì, agosto 22, 2007

Sviluppo ed aumento dei consumi......di chi??!

"L'autostrada sull'Everest si farà: il governo di Pechino inizierà a costruirla la prossima settimana in vista delle Olimpiadi dell'agosto 2008. Il progetto è stato pensato per il passaggio della fiaccola olimpica e sarà realizzato in quattro mesi, con largo anticipo rispetto all'inizio dei giochi: 108 chilometri di cemento collegheranno la cittadina tibetana di Tingri al Campo Base a 5.200 metri di altezza. All'Everest, la montagna più alta del mondo, si può accedere sia dal Nepal che dal Tibet, sotto controllo cinese. Il governo ha già stanziato 15 milioni di euro per i lavori e tutto l'itinerario della torcia olimpica ( 137.000 km, 130 giorni di percorso a staffetta) è stato disegnato dal regime per portare in regioni come il Tibet sviluppo ed aumento dei consumi."
Fonte: Metamorfosi

Commenti? A me sembra che parole come sviluppo siano oggi troppo inflazionate per aver conservato un significato che faccia rima con sostenibile, efficace, duraturo. Ma soprattutto, sembra che poco dovrebbero avere a che fare con la deturpazione di uno dei posti più suggestivi del mondo e con il relativo aumento dei consumi di folle di turisti orgogliosi di farsi immortalare con alle spalle la vetta più alta del pianeta, dopo aver percorso faticosamente afflosciati in macchina con hamburger e patatine kilometri e kilometri di puro...cemento.

martedì, agosto 21, 2007

Il lato non detto della microfinanza?

Negli ultimi anni il settore della microfinanza è diventato di moda, forse sull'onda del Nobel per la pace al suo inventore, M. Ynus, forse per per la diffusa convinzione tra gli operatori del settore, studiosi, finanziatori, che costituisca una ricetta organica ed efficace per la piaga dalla povertà.
Ma nonostante la grande pubblicità che circonda la microfinanza, pochi hanno davvero studiato il suo impatto. E quelli che l'hanno fatto sono arrivati a delle conclusioni sorprendenti....Uno degli studi più completi in materia sostiene che "i microcrediti sono più utili a chi vive sopra la linea di povertà, non sotto. Anzi in alcuni casi i microcrediti possono ridurre il cash flow dei più poveri. (..) in altre parole la maggior parte delle imprese sono piccole e la mortalità è elevata, contrariamente a quanto sostenuto dale Nazioni Unite sul fatto che i microimprenditori contribuiscono con le loro attività a far sviluppare l'intera economia. Nonostante la pubblicità sensazionalistica che circonda la microfinanza, questa non cura la povertà. Sono i posti di lavoro stabili a farlo. Se la società ha veramente la volontà di aiutare i più poveri tra i poveri, dovrebbe smettere di investire nella microfinanza e incominciare ad appoggiare le gradi imprese ad alta intensità di lavoro. Al tempo stesso i governi dovrebbero assumersi le proprie responsabilità, visto che le soluzioni basate sul mercato non saranno mai sufficienti"
Aneel Karnani, Microfinance Misses its Mark, Stanford Social Innovation review

Sicuramente un punto di vista controcorrente, forse il primo in cui mi sono imbattuta da quanto ho iniziato a sbirciare nel settore della microfinanza. Un punto di vista che ha certo i suoi limiti (le grandi imprese che dovrebbero sostituire le micro saranno poi cosi propense al rispetto dei diritti dei lavoratori....?) ma che può certamente aiutare a muoversi nel settore con maggior criticità, senza farsi trascinare indiscriminatamente dalle sempre fugaci...mode del momento...

Una guida per riconoscere i tuoi santi

Dito Montiel vive nel Queens, in una periferia violenta di New York. Ha un gruppo di amici, un amore, un rapporto padre-figlio complicato e teso, mai tradotto in parole. Tutti gli affetti che gli ruotano intorno si ingarbugliano e lui si impiglia in una voglia tesa di scapparsene via, lontano da quel quartiere, lontano da tutte le cose mai dette, da tutti i sentimenti irrisolti. Via da quello che sembra un destino inevitabile se solo si lascia andare alla voglia di guardare indietro.
Dito Montiel scappa in California, cresce e i sensi di colpa con lui, finché tutta la rabbia e la tenerezza che ha dentro si riversano a fiumi in un libro. Il libro cade nelle mani di Robert Downey Jr. e diventa film. E il Dito scrittore si ritrova regista della propria storia, come un ritorno a casa alla ricerca di tutti i santi lasciati indietro.

Un film vivo e tagliente, mai violento anche nei momenti di violenza maggiore. Semplicemente una storia vera.

lunedì, agosto 13, 2007

E ci chiediamo "Perchè ci odiano?"...

Riporto la recensione di Elisa, mia collega e amica che mi ha prestato questo libro sicura che su di me avrebbe fatto facilmente breccia..e così è stato....leggetelo!

"Ormai ogni giorno arrivano notizie di morte dal Medio Oriente e sempre più cresce l’allarme terrorismo. Nel mondo occidentale oggi, c'è la convinzione sempre più forte che l'Islam ci odi e si parla di scontro fra civiltà. Quando si parla di terrorismo, lo si fa sempre guardando da una parte sola: è facile dare tutta la colpa al fondamentalismo islamico che non accetta la democrazia e la libertà occidentali. Barnard, senza giustificare gli atti di terrore che vengono compiuti, con questo libro ripercorre la storia degli ultimi decenni: ne viene fuori un quadro molto diverso da quello che ci viene abitualmente presentato, dove sono proprio i paesi oggi alla guida della "Guerra al Terrorismo" (Usa, Israele e Regno Unito) quelli che da anni hanno utilizzato il terrorismo per imporre il loro "ordine mondiale"

Elisa Mosini, continua su Popolis

venerdì, luglio 27, 2007

Gotan Project & Tango steps


Gotan Proyect in Concerto, Mantova Palazzo Thé
19/07/2007






Tangokinesis, Spettacolo Tango contemporaneo,
Cremona Arena Giardino
25/07/2007









Foto: Ivan/Leti ©

Il mondo è un libro e quelli che non viaggiano ne leggono solo una pagina

Sant'Agostino

mercoledì, luglio 25, 2007

ACQUA ....POTABILE

Dalle analisi condotte su oltre il 70% delle acque prodotte in Italia non è emersa una differenza sostanziale tra la composizione della maggior parte delle acque minerali e quella delle acque potabili. In generale l'acqua che esce dal rubinetto di casa è di buona qualità sia dal punto di vista microbiologico sia da quello chimico. I controlli delle aziende e della Asl ne garantiscono l'effettiva salubrità. I trattamenti di potabilizzazione con composti del cloro sono minimi, per cui anche il sapore non ne risente. Tra i vantaggi dell'acqua di casa, oltre al costo, c'è che non è necessario conservarla in bottiglie di plastica che potrebbero anche rilasciare sostanze tossiche. (Fonte: Vita No Profit)

Come dire, basterebbe fare analizzare l'acqua di casa, tanto per star sicuri sicuri e dire addio ai kili di plastica prodotti settimanalmente dal nostro consumo pesantissimo di acqua in bottiglia. Gli italiani sono i maggiori consumatori di acqua in bottiglia. Da stringere la mano ai responsabili del marketing delle aziende produttrici. Stringergliela forte e brevemente e poi, invertire la tendenza. L'acqua del rubinetto E' POTABILE e se proprio ci fa schifo il sapore e vogliamo spender dei soldi, compriamoci un filtro. Sarà di plastica anche quello, ma con i suoi 100 gr ha una durata media di almeno cinque anni.....

martedì, luglio 24, 2007

Microenergia (contro la povertà?)

Nei primi anni 90, mentre lavorava in una banca a Wall Street, Iqbal Quadir nato in Bangladesh 49 anni fa, intuì che i telefoni cellulari potevano essere usati come "armi contro la povertà". Da questa intuizione è nata Grameen Phone, una società che porta il nome della Grameen Bank del nobel per la pace Yunus e che si occupa di distribuire telefoni nei villaggi del Bangladesh con il sistema dei piccoli prestiti, facendo in modo che i telefoni diventassero fonte di guadagno per le phone ladies del Bangladesh rurale. Dopo le comunicazioni Iqbal sta pensando di elevare ancora un pò la ricchezza del suo paese natale, con un altro progetto rivoluzionario: portare l'energia nei villaggi. E per farlo ha fondato una nuova società, che si chiama Emergence Bioenergy, che in alleanza con una società americana (Infinia), che produce motori capaci di funzionare con diversi tipi di combustibili, userà la leva efficace del microcredito per vendere i motori Infinia nei villaggi del Bangladesh. L'elettricità cosi generata potrà essere venduta nelle singole case.

Di tutto il progetto, decisamente lodevole, una nota stona tra le righe dell'articolo che ha riportato questi fatti (Sole24Ore 19/07/07) ovvero la motivazione che c'è dietro un simile positivissimo "microtrambusto". Cosi infatti ci dice Iqbal "l'elettricità, oggi presente solo in un terzo dei villaggi, servirà a ricaricare i cellulari, ma anche a lavorare o a studiare di notte, tenendo a mente che intorno all'Ecuatore il sole tramonta alle sei di pomeriggio tutto l'anno". Va bene la dedizione e il sacrificio, che sono inclinazioni che portano lontano, ma siamo sicuri che la possibilità di "lavorare e studiare di notte" oltre a rendere gli abitanti del Bangladesh più ricchi li faccia anche più felici?

lunedì, luglio 09, 2007

DISTRICARSI

L'agricoltura organica, quella che non usa fertilizzanti, pesticidi e OGM, potrebbe soddisfare il fabbisogno alimentare mondiale e aumentare la manodopera agricola del 30%. E' quanto emerge da due studi presentati nel corso della Conferenza Internazionale sull'Agricoltura biologica che si è tenuta da poco alla FAO. ("Agricoltura. Fao: bio può soddisfare il fabbisogno del mondo" Fonte: Ansa)

Food versus Fuel. Cibo contro energia. Questo il dilemma che si porrà in maniera sempre più stringente tra chi vede nell'agricoltura un modo per sfamare il mondo e chi invece si aspetta di risolvere anche i problemi energetici e la dipendenza dal petrolio. L'accresciuta domanda di biocombustibili (etanolo e biodisel) sta portando grosse modifiche ai mercati agricoli, che porebbe spingere al rialzo i prezzi di molti prodotti, fino a determinare rincari tra il 20 e il 50% nei prossimi dieci anni, secondo un rapporto congiunto dell'Ocse e delal Fao. Il fattore più importante è l'impiego crescente di cereali, canna da zucchero, semi oleosi e oli vegetali per la produzione di sostituti dei combustibili fossili, cioè etanolo e biodisel. Il rapporto mette in luce come i prezzi più alti rappresentano un problema per i paesi importatori netti di prodotti alimentari e per i poveri delle fasce urbane. E se i prezzi più alti delle materie di base vanno a vantaggio di chi le produce, si traducono invece in costi extra e in redditi più bassi pre gli agricoltori che hanno bisogno di quei prodotti come foraggio per il bestiame ("Ocse, allarme prezzi sui prodotti agricoli", Vittorio Da Rold, Sole24Ore, 6/07/07)

Più di mille lavoratori in condizioni di schiavitù sono stati liberati in una grande piantagione destinata alla produzione di bioetanolo nello stato brasiliano del Parà, in Amazzonia. Con 17 miliardi di litri all’anno il Brasile è il principale produttore mondiale del biocombustibile derivato dalla canna da zucchero. Ma il boom dell’etanolo presenta almeno due punti oscuri. Il primo riguarda per l’appunto le condizioni di lavoro dei cortadores, i tagliatori della canna. Il governo brasiliano, sotto pressione da una campagna di sensibilizzazione internazionale già in atto, ha avviato una serie di controlli a tappeto ma il fenomeno sembra difficile da estirpare. I nuovi schiavi sarebbero almeno cinquantamila ed è difficile scovarli anche a causa della complicità tra i funzionari locali e grandi proprietari terrieri. Ma le obiezioni sul biocombustibile crescono anche dal punto di vista ambientale. Ad iniziare dalla pratica diffusa di bruciare i campi la notte precedente alla raccolta per rendere meno dura la canna da tagliare. Gli incendi fanno aumentare le emissioni di anidride carbonica compensando in negativo la pubblicizzata riduzione dei gas che causano l’effetto serra. Più politica la critica mossa da Fidel Castro secondo cui l'aumento delle coltivazioni di canna da zucchero farà crescere la fame nei paesi poveri. Tesi sostenuta anche dal relatore delle Nazioni Unite per l’Alimentazione Jean Ziegler che ha fatto l’esempio di alcune zone rurali del Messico, dove il prezzo del mais è aumentato del 16% a causa della minore offerta disponibile per la riduzione dei campi coltivati. ("La malora degli schiavi dell'etanolo", Emiliano Guanella, La Stampa, 6/07/07)

giovedì, luglio 05, 2007

6th European Athletics U23 Championships

Mia sorella in pista sulla 4x400 degli Europei under 23 di atletica leggera
.......................mentalmente, spiritualmente, psicologicamente in pista anch'io a Debrecen, UNGHERIA, il 15 luglio 2007 !!!!!!

Vai pulcino!

**********
Giustamente mi si fa notare che.... mi stavo dimenticando di aggiornare sul risultato!
4° classificate con un tempo di tutto rispetto, molte pacche sulle spalle e tantissimi complimenti e articoli di giornale sulla stampa locale, che hanno fatto gongolare nell'orgoglio paterno i miei orgogliosissimi genitori. E ovviamente anche me, che adesso ho una sorella famosa che ha promesso di regalarmi biglietti gratis per le prossime olimpiadi/universiadi/coppe mondiali dove sarà chiamata a partecipare...opss, non dovevo dirlo?!
Solo una nota stonata: all'aereoporto di Malpensa il borsone gliel'hanno consegnato...aperto...e alleggerito delle maglie e magliette datele in dotazione della nazionale Italiana....ma si può essere tanto piccoli e meschini??!

Home sweet Home

Mi è capitato di scoprire che il mio paese lo conoscono in tanti. Sarà per l’assonanza col “famoso poeta”, sarà per quel braccio di mare blu profondo cosi diverso dalle gettonatissime coste della riviera romagnola, cosi freddo, sassoso e duro nei giorni d’inverno. Portorecanati, il paese della mia infanzia.
L’ho sentito lodare per i suoi locali sulla spiaggia, le colline rotonde e ventose, il buon pesce, l’ombra scura del Conero a rompere l’orizzonte dritto della costa, il gomito sottile del nostro stivale. E di fronte a tanto entusiasmo, a tanto genuino stupore, mi sento ogni giorno più persa, disorientata, estraniata, come un Ulisse che al ritorno dall’eterno viaggio scopre che qualcuno ha raso al suolo la sua Itaca per farne un parco commerciale....

Continua su Portorecanatesi.it
Foto: letiziajp ©

giovedì, giugno 28, 2007

Maestro cerca Alunno

Ishmael racconta la storia di un uomo che trovò un originale annuncio nel suo giornale locale: "Maestro cerca alunno. Deve avere il desiderio più sincero di cambiare il mondo. Fare domanda personalmente".

Nel 1992 il romanzo Ishmael ha ricevuto il Turner Tomorrow Fellowship, un riconoscimento per gli autori che con i loro romanzi contribuiscono a trovare soluzioni per i problemi del mondo. Ho iniziato a leggerlo scettica, solo perchè un'amica me l'ha prestato. Se lo avessi visto tra gli scaffali di una libreria sarei passata oltre senza soffermarmi più di tanto.
E ora che l'ho finito non posso fare a meno di consigliare a tutti di leggerlo. O forse dovrei dire...impegnarmi a farlo leggere a più gente possibile....Non sono le idee ad essere rivoluzionarie nel libro di Quinn, ma la formula logica con cui le propone e l'assoluta semplicità dell'insegnamento finale, semplicità quasi ovvia, eppure di fronte alla quale l'osservazione più frequente è: "impossibile da realizzare"...

Liquami virtuosi

A Verolanuova, in provincia di Brescia, i liquami dei maiali riscalderanno le case, grazie a un progetto promosso alla tenuta Sandrina. Il liquame dei suini, si legge sulle pagine del quotidiano Brescia Oggi, riscalderà trecento abitazioni. L’impresa sarà possibile grazie ad un generatore a biogas destinato a produrre energia elettrica in grado di rendere autosufficiente un nascente quartiere. L’erogazione dell’energia avverrà attraverso una convenzione già stipulata con il Comune. L’impianto sarà dotato, tra l’altro, di vasche per la raccolta e “digestione” di diverse tipologie di “rifiuti”: reflui zootecnici, prodotti scaduti della catena agrocommerciale, scarti di lavorazione dell’industria di trasformazione, biomasse.
Fonte: e-gazette

mercoledì, giugno 27, 2007

Prima che tu dica "Pronto"

"Non so se quelli che sostengono queste idee ci credono o se lo dicono solo pensando di mettermi in mezzo; comunque su di me non hanno mai avuto presa perchè non possono scalfir ela mia convinzione sull'essenza delle cose. Per me ciò che conta nel mondo non sono le uniformità ma le differenze: differenze che possono essere grandi o anche piccole, minuscole, magari impercettibili, ma quel che conta è appunto il farle saltar fuori e metterle a confronto. Lo so anch'io che a passare da canale a canale l'impressione è di un'unica minestra; e so anche che i casi della vita sono stretti da una necessità che non li lascia variare più di tanto: ma è in quel piccolo scarto che sta il segreto, la scintilla che mette in moto la macchina delle conseguenze, per cui le differenze diventano notevoli, grandi, grandissime e addirittura infinite."

Italo Calvino, L'ultimo canale

martedì, giugno 26, 2007

Costruendo Babele?

"C'era una volta il centro storico di una città lombarda , vecchie case piene di stoffa e muffe, in mano quasi esclusivamente a tre famiglie (Boscain, Morosini, Tinti). Cominicarono ad affittare i locali, spazi sempre più piccoli a prezzi sempre più alti. Li potevano pagare i clandstini e i disperati. Magari i fuorilegge. Vennero i senegalesi, vennero gli albanesi, poi i cinesi, i pakistani. Stretti tra loro gli uni accanto agli altri. Questa è la caratteristica unica, forse la mondo, della Babele del Carmine (n.d.r. Contrada del camine, cuore del centro storico di Brescia): percorri una strada e fai il giro del pianeta. (...) E' cambiato tutto e ancora di più cambierà. Al Carmione, se vedi un cane o un gatto è italiano, se vedi un bambino è di uno straniero. La scuola all'ora di ricreazione sembra una pubblicità di Benetton. Al Carmine (Coppe, targhe, incisioni Benedini, Caccia e Pesca) se vedi un negozio merceologicamente superato è italiano, tutto il resto, quel che si compra e si vende davvero ogni giorno, il cibo, le stoffe, le schede telefoniche, è straniero e sottocosto. L'abbigliamento per neonati è cinese. Le onoranze funebri italiano. C'è un ristorante indiano che serve menu italiano a mezzogiorno e ci sono due lumbard che vendono abbigliamento etnico su un banco in piazza, Chi ha passato l'attività è stato pagato in contanti, parte in nero, ha sorriso e adesso critica l'immigrazione selvaggia seduto per ora a un tavolino con il conto in banca a fare da scudo. Se vuole installare il condizionatore chiama hafeez Tahir, "the best electrician" del quartiere. Il cambiamento lo vedi, lo ascolti, lo puoi perfino annusare. All'ora dei pasti salgono odori multietnici, speziati e forti. Al mercato locale le vendite di cipolle sono più che decuplicate. (....) Adesso si corre ai ripari: uina legge regionale ha limitato il numero dei phone center, si impongono restauri negli appartamenti e si controllano gli affitti, ma la legge di natura è implacabile, nel giro di dieci anni l'ultimo italiano lascerà per scelta o per decesso, la contrada al cui ingresso, ironicamente, esiste a resistere un negozio chiamato "Medinitali". E' una maledizione o una benedizione? (...) Secondo una teoria quello della torre di babele è un racconto satirico, è una satira dell'impero, che condanna l'uniformità, esalta la diversità e ci dice che è voluta da Dio, appartiene al nostro patrimonio e non si può cancellare. Qui siamo, cittadini di una contrada globale, tra tonnellate di cipolle, carne halal, massaggi relax, scarpe da cinque euro, preghiere in tutte le lingue del mondo. E così sia."
Gabriele Romagnoli, estratto da La Domenica di Repubblica, 24/06/2007

Secondo dati Istat l'88% della popolazione straniera risiede nel centro nord, ben un quarto in Lombardia, con un'incidenza del 7% sul totale dei residenti. Nella Provincia di Brescia questa quota sale al 10% e al 13% quando si considera il comune. Brescia, la città babele, ovvero la città statisticamente più multietnica d'Italia, sta pian piano digerendo i cambiamenti innescati dal suo melting pot, dove un bambino su tre nasce da genitori immigrati. E' possibile immaginare in questo scenario la società futura, come luogo di pacifica convivenza delle diversità? C'è davvero qualcosa da perdere in questo scenario? Forse quello che stiamo perdendo è il senso e le origini della nostra cultura, ma non perchè la minacciano gli altri, "i diversi", ma semplicemente per incuria, per totale noncuranza quotidiana...

martedì, giugno 12, 2007

Riva del Garda, 03/06/2007
Foto: letiziajp ©

giovedì, giugno 07, 2007

Sodalitas Social Award

Il 13 giugno alle ore 14.30 presso l'Auditorium di Assolombarda (via Pantano, 9 Milano), Sodalitas promuove il convegno "Responsabilità e Sostenibilità: una strategia per il successo", in occasione della cerimonia di premiazione della quinta edizione del Sodalitas Social Award, il Premio attribuito ogni anno alle aziende responsabili e sostenibili.
Sodalitas nasce nel 1995 grazie all’iniziativa di Assolombarda, di un gruppo di imprese, e di alcuni manager, per creare un ponte tra mondo d'impresa e nonprofit.Due gli assi lungo i quali l’Associazione opera per realizzare la propria mission: il trasferimento di cultura manageriale alle organizzazioni senza scopo di lucro, da un lato; la promozione della responsabilità sociale d’impresa dall’altro.

martedì, maggio 29, 2007

L’uomo che non obbedisce al suo desiderio muore. Hegel diceva che la storia è l’insieme dei desideri desiderati. E se la storia è l’insieme dei desideri desiderati, è una storia non realizzata. In tal senso, l’accumulazione di desideri desiderati ma non soddisfatti è una perversione collettiva.

Manuel Scorza, "La danza immobile"

giovedì, maggio 24, 2007

Cataratas de Iguazù

Finalmente uno spazio di fuga nel nuovo ritorno in Argentina di maggio. Tre volte in sei mesi, pensare che solo un anno fa rientravo in Italia sicura che non sarei tornata più... Le cascate di Iguazù sono uno dei posti più suggestivi del mondo.


Lasciano a bocca aperta ora, figuriamoci quando ancora non esistevano camminatoi d'acciaio, guide turistiche, gite-in-gommone-fin-sotto-il potentissimo-getto-a-solo-15 €, e souvenirs di peluche a forma di procione delle foreste.


In ogni caso, pur nel rispetto della sfasatura temporale, posso dire di esserci stata, sotto le cascate secolari del mitico film Mission, a farmi venire in mente che natura forte e che spirito incontaminato animavano le popolazioni che vivevano qui prima che decidessimo di farlo diventare oggetto di saccheggio e oggi, con l'ironicità tipica del senno di poi, patrimonio incontaminato di tutta l'umanità .

Cascate di Iguazù, maggio 2007
Foto: Leti/Ivan ©

martedì, maggio 08, 2007


lunedì, maggio 07, 2007

"Gustavo Adolfo Rol è considerato il più grande sensitivo del XX secolo. Il termine però non è sufficiente a darne una definizione. E questo perchè nell'epoca attuale, perlomeno in occidente, manca completamente la figura del Maestro Spirituale, così come non è dato trovare, anche laddove Maestri Spirituali ve ne siano, qualcuno che tra essi abbia conseguito lo stato di Illuminazione o Risveglio. Gustavo Rol faceva parte di questa categoria di Uomini, estremamente rara a trovarsi in tutte le epoche e oggi probabilmente estinta. Nel corso della sua lunga vita, durata 91 anni (1903-1994), è venuto in contatto con grandi personaggi della storia del Novecento: Einstein, Fermi, Fellini, De Gaulle, D'Annunzio, Mussolini, Reagan, Pio XII, Cocteau, Dalì, Agnelli, Einaudi, Kennedy e tanti altri. Il suo ruolo è stato quello di mostrare l'esistenza di possibilità che possono essere conseguite da ogni essere umano e di confermare la presenza di Dio fuori e dentro l'uomo. Oltre ad una vasta antologia di prodigi spontanei, ha codificato una originale serie di esperimenti che si situano nel confine metafisico dove convergono scienza e religione."
(Tratto dal sito:
http://www.gustavorol.org)

Questo libro è entrato nella vita della mia famiglia per quelle scorciatoie inspiegabili che adotta a volte la vita. Non mi è interessato allora cercare spiegazioni, perchè il suo solo succedere mi pareva una spiegazione sufficiente, come il succedere lento di tutte le cose. E' una lettura diversa da tante che ho fatto, eppure cosi simile per certi versi, là dove cerca, come tutti i libri, di raccontarci angoli inesplotari dell'esistenza, offrendo una visione particolarissima, a volte incomprensibile, del quotidiano sentire. Mi rimane in fondo la sensazione che il "mistero" sia soltanto tutto ciò che, ancora, non fa parte del conosciuto, ma non per questo meno reale.

Lontano da casa

Alle volte un treno va via sulla via ferrata del mare e su quel treno ci sono io che parto. Perchè io non voglio restare nel mio paese pieno di sonno e d'orti, decifrare le targhe delle macchine forestiere come il ragazzo montanaro seduto sulla spalletta del ponte. Io vado, ciao paese.
Nel mondo, oltre al mio paese, ci sono altre città, alcune sul mare altre non si sa perchè smarrite in fondo alle pianure, in riva ai treni che giungono non si sa come, dopo giri trafelati per campagne e campagne. Ogni tanto io scendo in una di queste città e ho sempre un'aria da viaggiatore novellino, con le tasche gonfie di giornali e gli occhi irritati da bruscoli. La notte spengo la luce dentro il letto nuovo e sto a sentire i tram, poi penso a camera mia del mio paese, lontanissima nella notte, pare impossibile che nello stesso momento esistano luoghi cosi lontani. E, non so bene dove, m'addormento (...)
Anni posso abitare in una camera dopo altri anni in altre camere del tutto uguali, e nessuna città d'Italia è buona, e in nessuna città si trova lavoro, e in nessuna città il trovar lavoro accontenta perchè c'è sempre un'altra città migliore dove si spera di andare a lavorare un giorno. Così la roba è sempre nei cassetti come l'ho tolta dalla valigia, pronta per esserci rimessa.


(Italo Calvino, Amore Lontano da casa)

venerdì, aprile 27, 2007

Chi non teme.....?

I giudizi degli altri, questa strana malformazione del vivere che porta spesso ad esprimere delle opinioni lapidarie sulla vita di gente che non sia noi stessi. Se siamo animali sociali e il nostro istinto è vivere in gruppi, comunità, vuol dire che siamo più vicini all'essenza autentica delle persone che ci circondano? Eppure stona, questo intrufolarsi furtivo di un occhio esterno, di una lingua tagliente, in quella che in fondo consideriamo ancora la nostra "vita privata". Venirlo a sapere non ci fa sentire violati? Vulnerabili? E allora eccolo che scatta, il nostro spirito assurdo di sopravvivenza a volte impazzisce e agisce indipendentemente da noi. Ci assimila, ci fa sentire colpevoli. Come quando siamo appoggiati al carrello del supermercato pensando se per pranzo è meglio lo spezzatino o la frittata e improvvisamente qualcuno grida "al ladro!". Per una frazione di secondo ci guardiamo intorno per paura di un'accusa, di essere stati colti in fragrante...ci dimentichiamo di essere innocenti. Lo stesso succede con l'occhio indagatore, qualcuno ci fa sottilmente una critica, una maldicenza gratuita e pettegola mossa solo dalla noia quotidiana ed ecco che entriamo nel vortice paranoico della colpa e della responsabilità. Una cosa detta ad alta voce assume corpo, diventa reale. Possiamo salvarci soltanto ignorandola, soltanto schermando la meschinità con la superiorità della fiducia in noi stessi, soltanto togliendole la legittimità del reale.
Perchè assecondare una critica priva di fondamento vuol dire assecondarle tutte, perchè ad un atteggiamento meschino non c'è mai fine, non importa quanto assecondiamo, non importa quanto ci pieghiamo alla critica correggendo la rotta. Non importa chi siamo realmente, il pettegolezzo non ha fondamenti ma solo vittime. E se non ce ne accorgiamo subito sarà poi troppo tardi, ci saremmo spogliati di troppe cose, avremmo rinnegato troppo di noi stessi per ritrovarci intatti in quello che siamo realmente. Quello che siamo realmente, cosi difficile saperlo noi stessi, impossibile se lo ricerchiamo nel riflesso di quello che vedono gli altri. O forse non è cosi, siamo sempre e comunque capaci di camminare sul filo dell'onda guidati dai nostri lontani obiettivi. Molti si salvano, la mia è stata solo una pessima giornata.

domenica, aprile 22, 2007

L'Italia che non si arrende

Torno in tv dopo un intervallo durato cinque anni: insormontabili ragioni che chiamerò tecniche mi hanno impedito di continuare il mio programma. Sono contento, perché alla mia rispettabile età c’è ancora chi mi dà una testimonianza di fiducia e mi offre lavoro. Ma non voglio portar via il posto a nessuno: non debbo far carriera, e non ho lezioni da dare. Voglio solo concludere un discorso interrotto con i telespettatori, ripartire da dove c’eravamo lasciati e guardare avanti. Quante cose succedono intorno a noi. Cercheremo di raccontare che cosa manca agli italiani e di che cosa ha bisogno la gente. Fra poco sarà il 25 aprile. Una data che è parte essenziale della nostra storia: è anche per questo che oggi possiamo sentirci liberi. Una certa Resistenza non è mai finita. C’è sempre da resistere a qualcosa, a certi poteri, a certe promesse, a certi servilismi. Il revisionismo a volte mi offende: in quei giorni ci sono state anche pagine poco onorevoli; e molti di noi, delle Brigate partigiane, erano raccogliticci. Ma nella Resistenza c’è il riconoscimento di una grande dignità. Cosa sarebbe stata l’Italia agli occhi del mondo? Sono un vecchio cronista, testimone di tanti fatti. Alcuni anche terribili. E il mio pensiero va ai colleghi inviati speciali che non sono ritornati dal servizio, e a quelli che speciali non erano, ma rschiavano la vita per raccontare agli altri le pagine tristi della storia. I protagonisti per me sono ancora i fatti, quelli che hanno segnato una generazione: partiremo da uno di questi, e faremo un passo indietro per farne un altro, piccolo, avanti. Senza intenzione di commemorarci.

Enzo Biagi, Corriere della Sera, 22 aprile 2007

Piove


Buenos Aires, 22-o4-2007
Foto: letiziajp ©

San Telmo come una soffitta

Ci sono degli angoli di Buenos Aires dove sembra di camminare tra i cunicoli di una grande soffitta, i bauli dei bisnonni emigrati in America , le fotografie color seppia, gli anelli, collane, sciarpe di seta, scarpe laccate col tacco lucido e valigie chiuse da lacci di cuoio scuro e sfilacciato.
Mi piace perdermi in questi spazi fermi nel tempo, mi piace il quartiere di San Telmo quando si popola di banchetti improvvisati e vetrine sotto chiave, mettendo in bella mostra le vestigia vanitose di un mondo riflesso in tanti volti che mi guardano fisso da foto stampate più di 100 anni fa.
Ci sono stata mille volte e finisco sempre per tornare, per confondermi tra le figure scomposte e vocianti che popolano le domeniche mattina di Piazza Dorrego, per sentirmi un pò meno straniera in mezzo ad una folla di stranieri, che nel loro spagnolo claudicante si riversano in strada col nasu all'insu. Mi confondo tra le cassapanche, gli orologi da taschino, i carretti di legno, le pellicce sbiadite, i guanti sgualciti ammassati in un angolo, sotto un cartello che dice "40 pesos, aproveche, solo hoy". Passo lenta osservando tutto, registrando tutto, ogni piega dei vestiti antichi, come se tra tante cianfrusaglie cercassi ogni volta un segno, come se avessi perso qualcosa o qualcuno che tra quegli scaffali stesse cercando di lasciarmi una traccia del suo passato. Mi soffermo davanti a carte d'identità stropicciate, tesserini militari, registri d'imbarco, nella prima pagina cartonata i dati anagrafici, di fianco una foto sbiadita. Volti, nomi, ognuno partito da un porto diverso per finire insieme tutti qui, in una cesta di vimini di un negozio di Antiguedades delle vie storiche del porto di Baires. Continuo a cercare, come se stessi davvero cercando qualcuno.

San Telmo, Buenos Aires, 22-04-2007
Foto: letiziajp ©

sabato, aprile 21, 2007

Here is a shell for you...

Blue, songs are like tattoos
You know I've been to sea before
Crown and anchor me
Or let me sail away
Hey blue, here is a song for you
Ink on a pin
Underneath the skin
An empty space to fill in
Well there're so many sinking now
Youve got to keep thinking
You can make it thru these waves
Acid, booze, and ass
Needles, guns, and grass
Lots of laughs, lots of laughs
Everybodys saying that hell's the hippest way to go
Well I dont think so
But I'm gonna take a look around it though
Blue, I love you
Blue, here is a shell for you
Inside you'll hear a sigh
A foggy lullaby
There is your song from me

(Joni Mitchell, Blue)

martedì, aprile 17, 2007

Mendoza, nord ovest Argentina

Le lumache escono sul far della sera sospinte dal fresco di un autunno invertito (le stagioni al contrario dell'emisfero sud...). L'asfalto le liscia, arricciandone i tessuti di bava filamentosa. Hanno le corna turgide, tese verso i suoni di ció che resta del giorno, chissá se sopravviveranno alla notte. Strisciate vischiose seguono la strada. Il mio ennesimo ritorno in terra Argentina sembra una continuazione di tutti i precedenti, come a completare le stagioni di un anno, come a rendere le distanze irrisorie, come da un ciglio all'altro di una strada di campagna. Tutto dipende dalle dimensioni - interiori - di ció che sperimentiamo. Quanto è larga una strada di campagna per una lumaca che deve trascinarsi dietro tutta se stessa?

venerdì, aprile 13, 2007

Oggetti in via d'estinzione

Questo è un argano. Anzi, mi correggo, è uno degli ultimi argani del mio paese. Quand'ero piccola il mare odorava di conchiglie appena pescate e mio nonno e mio padre lasciavano per me, in un lato della barca, un secchiello blu ripieno di misteri. Erano stelle marine, ossi di seppia, gusci di cozze, cavallucci, alghe e cucciole. Le loro mani alla fine della giornata sapevano di salsedine e ricordo la faccia buona e scura di mio nonno quando sotto il sole del giardino ricuciva con un filo verde chiaro di nilon metri e metri di retine.
Quando ero piccola era tutto grandissimo e gli argani popolavano ogni pezzetto di spiaggia del mio paese. La loro storia è antica, il loro legno odoroso e umido ha resistito a tanti strattoni, armeggi e tirature, ma sembra soccombere di fronte ad un porto che non è mai esistito e a delle barchette che sono scomparse o migrate altrove. Dovrò essere brava a convincere mio padre a raccontarmi quella storia, perchè qualcun altro la possa ricordare.
Gli argani di Porto Recanati sono pezzi in via d'estinzione, me ne metterei uno in casa per poterlo salvare, mi sembrerebbe di prendermi cura di un piccolo pezzo del mio passato. Mi viene in mente un passaggio di Veleggiando, un libro a cura di G. Perfetti sulla storia delle vele delle barche antiche di Porto Recanati: "nipote di un pescatore che a detta di mia madre era il primo a partire e l'ultimo a tornare, un pò per i racconti delle sue stravaganze, un pò perchè quel nonno io l'ho amato e con lui per la prima volta sono uscito in mare a cinque anni, ho sempre desiderato conoscere meglio il mondo di quegli uomini-marinai che ci hanno trasmesso tanto orgoglio di essere nati a Porto Recanati". Questo paragrafo, come l'argano, lo sento proprio mio.

Foto: letiziajp ©

martedì, aprile 10, 2007

Quando si dice, il mio mare

Foto: letiziajp ©

Porto Recanati, Lungomare nord, 8/4/2007

giovedì, aprile 05, 2007


Musica Nuda

Dopo l’esordio il 28 febbraio al Teatro Sociale di Mantova con il “Jan Garbarek Group”, il Mantova Jazz 2007 si sposta nel comune di Marmirolo, con l’esibizione, al Teatro Comunale, di “Petra Magoni & Ferruccio Spinetti”, mercoledi 4 aprile.
Numeroso il pubblico (c'ervamo anche noi!!) che ha riempito il piccolo teatro, per assistere all’esibizione del duo composto dall’eclettica cantante toscana e dal contrabbassista degli Avion travel, capaci di reinterpretare classici della musica pop, e non solo, passando da Lennon-McCartney a Monteverdi, fino ad arrivare a Sting, Lucio Battisti e la Rettore. Il tutto viene rivestito da nuovi arrangiamenti e sonorità essenziali, dati solo dal contrabbasso di Spinetti, e dalla maestosa capacità vocale della Magoni, che riescono a ridare originalità e profondità a quasi tutti i brani interpretati.
L’idea che ha dato il via a questo progetto musicale, nasce dal casuale incontro dei due artisti che nel 2003, nel giro di una giornata, registrano il loro primo disco, tutto contrabbasso e voce, chiamato “Musica Nuda” proprio per l’essenzialità dei suoni. Da qui parte un tour che tocca numerosi teatri in tutta Europa, alternandosi ai rispettivi impegni dei due artisti, l’uno con gli Avion Travel, l’altra con alcuni tra i più importanti artisti della scena Jazz italiana.

Intanto il Mantova Jazz 2007 continua fino al 15 maggio, promosso dall’ARCI provinciale di Mantova, dal Circolo del Jazz “Roberto Chiozzini”, dall’Assessorato alla Cultura e dai vari Comuni della provincia che ospitano gli spettacoli. Prossime date da non perdere....

IVAN

martedì, aprile 03, 2007

DIFFERENZIALI....(?)

Rientro da una settimana frenetica di lavoro, durante la quale mi è capitato per caso di parlare a più riprese della condizione della donna nel mondo lavorativo italiano. E mi sono trovata a difendere il fatto che la cosiddetta "differenza di genere" io proprio non la percepisco. Forse in questi pochi anni di gavetta sono stata fortunata, forse sono ancora ad un livello troppo basso per poterla percepire. O forse ...non esiste? Per lo meno non mi pare di averla mai vissuta a livello di differenziazione salariale o intellettuale. magari perchè ancora non ho famiglia e figli a carico? Forse. E allora mi pare che l'articolo riportato oggi dal Sole24ore dia una risposta più obiettiva e più vicina al mio sentire dalle abituali conversazioni sul tema della auspicata uguaglianza tra sessi (perchè uguali non siamo mai, figuriamoci tra sessi diversi....). Riporto gli spezzoni che mi sono sembrati più significativi, nel frattempo aspetto commenti, soprattutto dal gentil sesso (qualunque esso sia...!).

"In Italia i differenziali salariali di genere sono contenuti ed è la bassa occupazione femminile a rappresentare la manifestazione più evidente delle differenze di genere sul mercato del lavoro. Molti sono gli interventi auspicabili nel nostro paese, il cui gender gap è così elevato, il tasso di fertilità è tra i più bassi d'Europa e la cultura dominante non favorisce il lavoro femminile. Ci sono chiare indicazioni che la maternità e il tempo di cura dei figli e, dato l'allungamento della speranza di vita, degli anziani, giocano un ruolo cruciale nel definire la partecipazione femminile al mercato del lavoro, la sua durata assoluta, la sua continuità e i differenziali salariali. Questo suggerisce che la scarsa parteciapzione femminile al mercato del lavoro non è solo , o non primariamente, un problema di genere, ma un problema di ruoli e di assenza di strumenti che riconoscano il valore sociale del lavoro di cura. Per aumentare la parteciapazione femminile sarebbe più naturale sostenere il lavoro di cura [piuttosto che giocare sugli sgravi fiscali]

tratto da Sole24ore 3/4/2007

lunedì, marzo 19, 2007

Nelle città senza mare, chissà a cosa si rivolge la gente per ritrovare il proprio equilibrio?

Banana Yoshimoto Tsugumi